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Poca spesa, molta resa: una risposta a “il Corriere della Sera”


Il Corriere della Sera gioisce: all’Università di Padova sono stati licenziati due professori a contratto a causa degli scarsi risultati ottenuti nei questionari sulla qualità dell’insegnamento somministrati agli studenti.

Nel caso che anche a noi lettori del Corriere fosse stato somministrato un bel questionario sul lavoro della giornalista avremmo sottolineato i seguenti punti :

  1. Nell’università italiana vi sono decine di migliaia di docenti a contratto che hanno tenuto in piedi interi corsi di laurea;
  2. Queste migliaia di docenti non possono essere “licenziati” perché mai assunti da nessuno, basta non rinnovare loro il contratto;
  3. Lo stipendio di un docente a contratto varia dai 200 ai 3000 euro (lordi) per un intero corso ed include, oltre alle lezioni frontali: esami scritti e orali, ricevimento, presenza consigli corso di laurea, lettura e correzioni tesi, correlazioni tesi, non di rado consulenza professionale e psicologica;
  4. La retribuzione del docente a contratto vale solo per le ore di docenza frontale; tutte le altre attività, pur previste nel contratto, vengono svolte sostanzialmente in maniera gratuita;
  5. I soldi di cui sopra spesso non coprono nemmeno le spese di trasporto visto che molti dei docenti a contratto si spostano non di rado da regione a regione per insegnare;
  6. Il docente a contratto non ha alcuna rappresentanza nei luoghi (vedi consiglio di Dipartimento) dove si prendono le decisioni che contano in accademia;

I questionari degli studenti vanno analizzati con cautela e sono uno strumento importante per poter migliorare la qualità dell’insegnamento. Suggeriamo che questo strumento venga utilizzato non solo per “licenziare” ma anche, nel caso esprimano valutazioni positive, per “assumere”. Perché siamo sempre ossessionati dal licenziare e mai dalla necessità di includere (diciamolo: assumere) chi ci mette fantasia passione e competenza?

Ci auguriamo che questo nostro questionario non richiesto possa essere utile al Corriere.

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  1. redazione
    25 settembre 2013 alle 10:16

    L’ha ribloggato su Io Non Faccio Nientee ha commentato:
    Chi lavora nell’accademia conosce la situazione, ma è bene far sapere al pubblico generale come stanno le cose

  2. elena dobici
    1 ottobre 2013 alle 16:41

    I docenti a contratto rappresentano gli ultimi fra gli ultimi nell’ambito del mondo accademico, eppure essi svolgono le stesse attività dei docenti di ruolo: lezioni, assistenza, esami, funzioni di relatore, etc. Il loro compenso è irrisorio, eroso dalle imposte e corrisposto dopo un anno o più dalla fine dell’attività prevista dal contratto; il contrattista, quindi, deve vivere svolgendo un altro lavoro, spesso totalmente inappropriato, e da un anno all’altro può facilmente non vedere rinnovato il proprio incarico. E’ questo il mio caso: dal 2009 al 2013 ho ottenuto incarichi come docente a contratto presso l’Università della Tuscia di Viterbo per Teoria del Commercio Internazionale, Politica Economica, Economia Politica, ottenendo la stima e l’approvazione dei docenti che mi hanno conosciuta e, soprattutto, degli studenti. Nei primi anni ho ottenuto tre contratti contemporaneamente, ma lo scorso anno, nonostante l’apertura di due nuove facoltà nel mio dipartimento, mi è stato abolito l’insegnamento di Teoria del Commercio, nonostante il successo ottenuto presso gli studenti e l’ottima valutazione da parte di questi ultimi, mentre per il prossimo anno accademico non mi è stato assegnato nulla. Le motivazioni? Mancanza di fondi e di pubblicazioni, le stesse pubblicazioni che nessuno mi ha dato l’opportunità di fare, ma che possiede nel curriculum chi ha ottenuto il contratto al mio posto. Nonostante il compenso sia diminuito notevolmente, i concorrenti sono aumentati, in quanto le docenze a contratto costituiscono un trampolino di lancio per aspirare ad un ruolo stabile, poiché l’assegnazione di tali incarichi conferisce prestigio al curriculum. Ero idonea quando avevo poca esperienza, ora che la mia formazione è migliore, non lo sono più.
    Il mio nome è Elena Dobici e sono nata a Roma il 19/09/1962. Mi iscrissi all’università a 31 anni, presso la facoltà di “Economia e Commercio” dell’Università “La Sapienza” di Roma. Ero una studentessa-lavoratrice come assistente domiciliare ai disabili, mi sono laureata con 110 e lode nel settore dell’economia matematica ed ho conseguito il titolo di Dottore di Ricerca.
    Il mio relatore, Prof. Claudio De Vincenti, da una parte mi seguiva nella stesura di tre articoli per le pubblicazioni (su argomenti consigliati dal medesimo), mentre dall’altra tentava di dissuadermi dal perseguire l’obiettivo della carriera accademica con il pretesto della mancanza di fondi. Avendo compreso un chiaro disinteresse per l’argomento al quale stavo lavorando, feci presente a costui la mia disponibilità a cambiare argomento di studio, se ciò fosse stato necessario, ottenendo come risposta un chiaro invito a desistere dall’obiettivo di ottenere un assegno di ricerca o un posto da ricercatore, in quanto la mia età, 47 anni, era considerata proibitiva in tale ambito. Nei concorsi pubblici sono stati aboliti i limiti di età e nei bandi per l’assegnazione degli assegni di ricerca non viene menzionata una età massima, ma io sono stata discriminata per l’età, nonostante le università siano piene di ricercatori e docenti ben più anziani. Sono stata formata da docenti estremamente validi e conosciuti nel mondo per i loro lavori: Claudio De Vincenti, Nicola Acocella, Giuseppe Ciccarone, Galeazzo Impicciatore, Maurizio Franzini, Fabio Spizzichino e sono stata apprezzata da costoro finché studentessa, ma poi?
    Se avessi avuto il cognome di qualcuno o fossi legata in qualche modo a qualche dinastia, a quest’ora avrei pubblicato qualcosa o avrei avuto un incarico stabile? Dal 1993 al 2013 sono passati venti anni, anni buttati al vento, perché nella mia vita non è cambiato assolutamente niente: continuo a lavorare come assistente ai disabili, ambito nel quale la laurea, il dottorato di ricerca e l’esperienza della docenza, non servono a nulla.

  3. elena dobici
    31 dicembre 2013 alle 17:16

    A metà ottobre, dopo che avevo iniziato a diffondere la mia storia, ho ricevuto una telefonata in cui mi si chiedeva di rassegnarmi in quanto non avevo alcuna speranza, non solo di aspirare ad un posto fisso, ma neanche a qualche altro misero contratto. La docente in questione mi invitava a sentirmi realizzata nel lavoro che svolgo, facendomi capire che avrei dovuto anche ritenermi fortunata per il fatto di avere un lavoro con il quale sopravvivere (peraltro con difficoltà). La mia protesta, invece, continua, perché sto contattando radio e televisioni per divulgare al massimo la vergogna delle università italiane. Sono disposta a comparire in prima persona facendo molti nomi e cognomi oltre a quelli presenti nell’articolo. Chiunque possa aiutarmi ad avere contatti media, mi può contattare alla mail edobici@tiscali.it. Grazie, Elena Dobici

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