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Riprendiamoci il presente, costruiamo il nostro futuro!
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
…e il bene la realtà servire negare mutare.
(Franco Fortini)
Quello che vedremo al senato, la settimana prossima, sarà quello che abbiamo visto tante volte negli ultimi anni: un parlamento ormai irrimediabilmente separato dal paese reale, che si beffa di una società intera.
Molto probabilmente Mercoledi 22 Dicembre la riforma Gelmini passerà, sarà oggetto di accordi e compravendite che non tengono conto delle critiche che da mesi studenti e ricercatori portano avanti con ogni mezzo. In Senato il governo ha una maggioranza schiacciante, ma noi che stiamo fuori dall’aula abbiamo la voglia, la capacità, la rabbia e soprattutto l’intelligenza per sperimentare nuovi modi di fare democrazia. L’istituzione parlamentare è ormai una nave in bottiglia, senza mare e senza onde, protetta dal vetro sottile che la circonda.
Oltre quel vetro di quella bottiglia c’è tutto il resto. Un mondo variegato, composito, non ricostruibile in qualche articolo o servizio televisivo. Pensiamo, solo per fare un esempio, al mondo della cultura e della formazione. Persone differenti, che mai si erano parlate prima, si stanno muovendo in maniera diversa, senza trovare un unico punto su cui convergere, senza trovare un nome che racchiuda tutto ciò che si muove. Se non possiamo dare un nome a questo movimento, possiamo però leggerne le passioni, le intensità, le differenze e le tante domande a partire dalle quali reinventare la politica.
C’è la rabbia di chi non viene mai ascoltato, di chi in questi mesi tenta ogni strategia comunicativa e politica per far valere le proprie ragioni, ma sente la sua voce bloccata da istituzioni chiuse a riccio su se stesse.
E c’è l’amore per quello che si fa ogni giorno, nonostante i ricatti, la mancanza di futuro, la precarietà imposta. L’amore di chi continua a mettersi in gioco, di chi continua a costruire, perché è quello che vuole fare, perché è ciò in cui crede.
A lungo sentiremo ancora parlare del 14 dicembre come momento in cui tutto è venuto a convergere, come apice, come D-Day irripetibile, evento epocale. Si tratta ora di ricominciare a camminare, di concepire l’ evento come salto in grado di riaprire un futuro a partire dagli slanci che hanno contribuito a produrlo: le proteste dei ricercatori di settembre, le piazze piene di studenti medi a ottobre,gli studenti universitari sui tetti nel mese di novembre, le strade, le stazioni e i monumenti occupati.
Siamo convinti che questo sia il momento di parlarsi, di riconoscersi, di costruire un’agenda politica comune in grado di creare spazi di partecipazione pubblica a partire dal prossimo Gennaio. Non solo è il momento di parlare tra noi, ma di parlare alla società intera: il terreno della crisi infatti è utilizzato dal nostro governo e dai poteri forti di questo paese per attaccare i diritti di tutti e tutte, per moltiplicare i ricatti, per aggredire il diritto di sciopero, per ridefinire i rapporti sociali sui posti di lavoro quanto nella società.
Per farlo abbiamo pensato a un’assemblea in un luogo centrale della città, la piazza all’interno della biblioteca Sala Borsa. Invitiamo non solo gli studenti medi, i docenti, i precari dell’università e i ricercatori, ma anche tutta la cittadinanza, i comitati per i beni comuni, i bibliotecari in lotta, gli insegnanti precari, a fare un primo passo verso il 2011. Per riprenderci tutti insieme il presente e costruire giorno per giorno il nostro futuro.
Studenti e precari
Mercoledì 22 Dicembre, ore 16 assemblea in Sala Borsa,
Piazza del Nettuno, Bologna
Il disagio di un giorno vale molto più di un domani senza futuro
Lettera aperta al Sindaco Chiamparino e ai nostri concittadini
Caro Sindaco,
in seguito alla giornata di mobilitazione del 30 novembre scorso contro l’approvazione alla Camera dei Deputati del disegno di legge di riforma dell’Università, cosiddetto “Gelmini”, al telegiornale regionale è stata riportata la seguente Sua dichiarazione: “Sono inaccettabili tutte le forme di lotta che puntano a paralizzare la città e creano difficoltà nella vita quotidiana a migliaia di cittadini che non hanno colpe. Se gli studenti e le loro organizzazioni persevereranno in questa direzione si alieneranno l’opinione pubblica che potrebbe invece guardare con interesse alla mobilitazione di questi giorni.
Siamo rimasti sconcertati da queste dichiarazioni. Sconcertati per il qualunquismo che racchiudono, per la pochezza di analisi e la scarsa informazione. Vorremmo pertanto tentare di chiarire alcuni elementi che aiutino un approfondimento di questa tematica, uscendo dagli slogan e dalle facili dichiarazioni populistiche.
Intanto chi erano quelle persone che sono scese in piazza? Lei le definisce genericamente studenti. Sì, è vero, la maggior parte di essi erano studenti universitari (quelli veri e non dei facinorosi scansafatiche, come invece ha lasciato intendere il Presidente del Consiglio), studenti preoccupati del loro futuro, studenti privi di mezzi o fuori sede, preoccupati dei tagli alle borse di studio, studenti coscienti con gli occhi ben aperti, che si oppongono allo smantellamento dell’Università pubblica. Poi però c’erano anche i Precari della Ricerca. Chi sono? Cosa vogliono? In Italia sono 60.000. Persone che da anni lavorano nelle università, facendo ricerca, didattica, seguendo le tesi, scrivendo progetti di ricerca, persone con il dottorato di ricerca (che all’estero se li contenderebbero!) che vivono con contratti rinnovati di anno in anno, per 10-15 anni e che spesso si trovano a 40 anni a dover trovare un lavoro fuori dall’università, senza nessuna valorizzazione del lavoro svolto in precedenza, perché non ce la fanno più o non ci sono più soldi, non ci sono più contratti. E poi c’erano i Ricercatori. Loro sono circa 25.000 in Italia e svolgono nelle università il 40% del carico didattico complessivamente erogato. Non hanno nessun obbligo di farlo, sarebbero pagati per fare solo ricerca, ma lo fanno per passione, senza alcun riconoscimento da parte di nessuno con uno stipendio iniziale di 1.300 Euro mensili. Quella che vorrebbe essere una riforma “epocale”, la cosiddetta “riforma Gelmini”, cancella la figura del ricercatore universitario, condannando a una forma di “riserva indiana” chi ricercatore lo è attualmente.
Molti ricercatori, quelli che sono scesi nelle strade, quest’anno accademico hanno scelto con molto dispiacere di rinunciare a fare didattica, per opporsi vigorosamente a tale marginalizzazione e al peggioramento dell’Università. Erano presenti anche alcuni Professori Associati e Ordinari, che pure hanno partecipato attivamente – e questa è una novità – alla protesta contro il DDL.
E i baroni universitari? I “mandanti” di questa mobilitazione, secondo il Ministro Gelmini, coloro chesarebbero veramente interessati al mantenimento dello status quo, dov’erano? Nessuno li ha visti, nessuno ne ha sentito neppure la più flebile voce.
Da circa due anni, da quando le prime bozze di questa riforma hanno iniziato a circolare, noi, studenti, Precari e Ricercatori (la parte “debole” dell’Università, i più ricattabili) abbiamo tentato in ogni modo un confronto col Ministro. Abbiamo scritto proposte di riforma alternative, perché convinti che questo sistema universitario abbia bisogno di essere non solo riformato, ma rivoluzionato. Abbiamo tentato un confronto con le Istituzioni, con gli Enti locali (i Precari hanno tentato di aprire un tavolo regionale sulla precarietà, andato deserto), con i vertici delle Università, con la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane).
Nessuno ha dato risposta. Ci siamo sentiti soli, abbandonati da quei professori rimasti in silenzio, e da tutti quelli che, ancora una volta, hanno accettato i fatti con rassegnazione. E, ultima, la beffa di una prova di forza del Ministro, seguita dallo sberleffo delle sue dichiarazioni “le riforme si fanno in Parlamento, non nelle piazze”.
E allora, Caro Sindaco, cosa avremmo dovuto fare? Non abbiamo interlocutori. La sua generazione è assente, distratta, pronta al più a rinvangare le glorie e i fasti di una lotta di altri tempi, quando il contesto sociale era ben diverso, le prospettive erano altre. E mentre noi dibattevamo sui possibili assetti futuri per l’Università voi eravate altrove e intenti ad altro: è emblematico il recente viaggio negli USA in cui ha illustrato il modello vincente di Torino per uscire dalla crisi. Avremmo dovuto continuare a tacere, restare in silenzio, come continua a fare da troppi anni il resto della popolazione italiana? È questo quello che Lei ci sta chiedendo?
Quello che abbiamo fatto sui tetti e per le strade, Caro Sindaco, si chiama OPPOSIZIONE. Quella che né lei, né la parte politica che rappresenta è più in grado di fare, da tempo. Opposizione a un progetto di smantellamento di tutto ciò che è pubblico: l’istruzione, il welfare, la giustizia, … l’acqua!
Quando martedì scorso, dopo aver tentato di incidere, senza risultati, sul corso della riforma “Gelmini” attraverso proposte e tentativi di riflessione pubblica, siamo scesi per strada col nostro corteo, bellissimo, pacifico, scortato da solo quattro vigili, indaffaratissimi e solidali e siamo passati per le vie di questa città e dalle finestre si affacciava la gente applaudendo e dicendo che eravamo nel giusto, capendo che stavamo lottando per loro, per i loro figli, per il loro futuro, allora lì abbiamo compreso che forse non eravamo soli, ma che avevamo solo sbagliato interlocutori. E allora, Caro Sindaco, la smettiamo in questa lettera di rivolgerci a Lei, ai politici, ai Rettori e a chi elegge l’indifferenza e il silenzio a valore, e ci rivolgiamo ai nostri concittadini e a tutti coloro che, nonostante la rabbia iniziale per un disagio reale che abbiamo causato, avranno voglia di informarsi davvero per capire che cosa vogliamo. Ci rivolgiamo a tutti coloro che capiranno che il disagio di un giorno vale molto di più di un domani senza futuro, che vale molto di più di intere generazioni cresciute nell’ignoranza e nell’assenza di valori e che è più importante difendere i propri diritti oggi per non esserne privi domani. E quindi, cari/e concittadini/e, vi chiediamo pazienza e solidarietà per una battaglia che siamo certi essere giusta e vincente, sperando che questa nostra mobilitazione serva da risveglio delle coscienze e infonda a tutti il coraggio e la convinzione che le cose possono cambiare, che lottare contro le ingiustizie è giusto, anche se si crea un po’ di disagio.
Torino, 3 dicembre 2010
Studenti, Precari, Ricercatori, Professori e Tecnici Amministrativi in protesta degli Atenei torinesi.
Coordinamento dei Precari della ricerca e della docenza – Università (CPU)