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Articoli taggati ‘studenti’

Non cancellare il valore legale, ma aumentare il “valore reale” del titolo di studio

Prontuario delle risposte al questionario truffa del Ministero dell’istruzione

Le risposte che trovate qui di seguito alle domande del questionario del Miur mirano ad evitare che il Governo possa trovare legittimità popolare sufficiente a cancellare il valore legale del titolo di studio.

Se volete evitare l’abolizione del valore legale, vi proponiamo qui di seguito possibili risposte al “questionario truffa”

P.S. Al fondo del prontuario trovate le ragioni della nostra contrarietà all’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Tematica I: Accesso alle professioni regolamentate

Quesito 1

Come giudicate la necessità di possedere uno specifico titolo di studio per poter esercitare una determinata professione?

a) Positivamente, perché il possesso di uno specifico titolo di studio garantisce la qualità della prestazione resa dal professionista, che il cliente potrebbe non essere in grado di verificare da solo.
b)
Negativamente, perché lanecessità di possedere uno specifico titolo di studio impedisce che soggetti con competenze acquisite attraverso l’esperienza pratica e/o attraverso studi personali possano esercitare una determinata professione.
c)
Dipende dal tipo di professione.


In
questo caso, potete indicare le professioni alle quali vi riferite e illustrare la vostra opinione (max 500 caratteri):________________________________________________________________________

Risposta: A

Motivazioni: Il possesso di un titolo di studio offre la garanzia che si arrivi a svolgere una determinata professione, non solo provvisti delle necessarie competenze, ma anche con la dovuta capacità critica in grado di permettere un miglioramento della professione in questione e dunque un avanzamento generale della società.

Ovviamente perché così sia i titoli di studio devono essere l’espressione di un percorso di apprendimento serio e che offra agli studenti i migliori strumenti e strutture possibili per affrontarlo.

Continua a leggere…

Mini rassegna stampa, video e online content: Università Bene Comune

Quando dei ministri prendono decisioni per l’Italia senza interpellare l’Italia, i poliziotti ascoltano le grida degli italiani al posto dei veri destinatari

 

La lettera che una studentessa ha inviato a “Il fatto quotidiano” dopo averla ripetutamente spedita al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, senza ricevere alcuna risposta.

Caro Ministro,

mi chiamo Claudia, sono una studentessa ventenne della facoltà di architettura della Sapienza di Roma.

Le confesso che, per partecipare ad una veglia funebre pochi sabati fa, organizzata con la mia facoltà per onorare la memoria della defunta università pubblica, avevo comprato, per di più con il benestare di mia madre, una veletta e un cappellino da cerimonia, ma le assicuro che i miei lineamenti sono rimasti ben visibili per tutto il corteo. Questo premetto per evitare che mi interrompa virtualmente mentre legge la mia lettera urlando addosso allo schermo che sono una vigliacca. Non lo sono.

Le scrivo perché, in qualche momento della mia vita, mi dev’essere stato spiegato che, essendo italiana, dovevo rifarmi ad una serie di persone che per lavoro governano il mio Paese, le quali, con estrema difficoltà e lungimiranza, devono tener conto di tutti gli abitanti del Paese stesso, e conciliare le esigenze di ciascuno per una buona riuscita della vita sulla terra, o quantomeno in Italia. Dunque, confermo di essere italiana e considero Lei un ministro italiano, cioè mi aspetto che lavori per il bene mio, suo e degli altri quaggiù. Per questo, mi sentirei di pretendere che mi ascoltasse, ma per non essere troppo esuberante diciamo che la prego di ascoltarmi. Del resto le servirà pure per governare un paese, conoscerlo un  tantino, o no?

In queste settimane ci sono state polemiche sugli atti degli studenti, qualche scalmanato che si è dato da fare con violenza, tanti che non hanno preso le distanze a quella vista, lei che si è risentito, qualcuno che ha visto in lei un revival fascista e via dicendo. Vorrei fare la mia parte con molta umiltà per cercare di arricchire il quadro della vicenda verso una giusta interpretazione.

E’ innegabile che ci siano studenti fuori corso tra i manifestanti, è innegabile che qualcuno abbia gioito perché il 14 poteva andare a manifestare e saltare quella lezione pallosa o quella consegna. E’ invece offensivo dell’intelligenza (della nostra, perché se poi volesse sarebbe libero di offendere la propria) guardare una tale massa di gente e vederci solo fuori corso o solo fannulloni. E’ molto probabile che la situazione sia ben più complessa, come sempre le cose che comprendono tanti individui. Magari, quelli che tengono di più all’università sono proprio gli studenti in gamba; magari, noi studenti che ci riteniamo ancora delle persone, e tali riteniamo anche gli aquilani, gli operai e tutti gli altri, non manifestiamo più solo per il secondo semestre, ma perché l’Italia si arroga il diritto di non volere alcune categorie di persone che il diritto di restare invece lo hanno. Magari, perché il malessere di tutti si somma, almeno fino a quando penseremo di essere tutti nello stesso Paese, di essere tutti uguali.

Mi permetto di provare a parafrasare quello che gli studenti ad Annozero hanno cercato di spiegare di fronte allo sdegno collettivo della generazione che li ha messi al mondo:  fa schifo menare una persona, fa schifo quasi a tutti, anche a loro. Ma non è il centro della questione. Se ancora una volta, dopo anni di mobilitazione, dopo che a cascata tanti altri gruppi di italiani hanno dato e preso solidarietà agli studenti per la situazione di abbandono in cui il governo li poneva, bisogna convertire una grande manifestazione nazionale in un “evento rovinato da pochi esaltati”, beh quella è la morte di questi anni di lotte, di questa solidarietà tra distrutti che finalmente iniziava a farsi sentire. Gli studenti che ci sperano, non possono permettersi di sviare ancora una volta l’attenzione, di abbassare la voce aspettando di prendere la parola.

Vorrei che osservasse due aspetti: il primo è questo della violenza: ogni qual volta un gesto di violenza compare per descrivere un disagio, i politici e tutti i forniti di microfono intonano in coro “la violenza va condannata in ogni sua forma”. Premettendo che concordo con chi ha notato che senza violenza non avremmo visto nemmeno la Rivoluzione Francese, vorrei farle notare che tale affermazione risulta molto più ridicola di quanto voi politici potreste mai osservare: siamo un paese che spende miliardi su miliardi in armi da guerra, ma la violenza va condannata in ogni sua forma? Siamo quelli che fanno entrare allo stadio invasati stranieri con oggetti improbabili nelle tasche, ma la violenza va condannata in ogni sua forma? Siamo quelli che in parlamento si prendono a pizze in faccia e si tirano le biro da un banco all’altro, ma la violenza va condannata in ogni sua forma? Ah, le parlo così perché, come accennavo, ritengo che siamo entrambi delle persone, con pari dignità, e che inoltre le sia utile ascoltare le vere voci del paese che deve governare.

Le ripeto, mi fa orrore vedere poliziotti accerchiati e picchiati, macchine bruciate… ma il suo mestiere non è quello di giudicare, è quello di ascoltare e guarire il Paese.  Che cosa ha sentito dal Paese negli ultimi anni? Niente? E il 14 dicembre, che cosa ha sentito?

Il secondo aspetto è proprio quello della difesa delle forze armate che proteggevano la roccaforte inespugnabile, tema che lei ha fatto il suo cavallo di battaglia. La sua strategia era delegittimare gli studenti per difendere la polizia. Non fa una piega, ma solo ad una prima occhiata. Mi segua nel ragionamento perché potrebbe tornarci utile: lei vede uno studente che picchia un poliziotto che non ha nessuna colpa se non quella di aver scelto questo disgraziato mestiere, ergo lo studente è cattivo e il poliziotto è vittima. Io vedo uno studente che vuole parlare con una persona che ha il dovere di ascoltarlo, ma non può farlo perché si frappone un uomo con la divisa che poverino, non si sarà inserito per sua volontà, ma ora deve restarci. Qui dirà “ah allora va bene picchiarlo?” e io le dico no, mi segua ancora: che mezzi ha uno studente che vuole farsi ascoltare da un ministro? Tanti in questi giorni hanno parlato agli studenti con il cuore in mano dicendo “abbandonate la violenza, ci vogliono altri mezzi, siamo cresciuti ormai, la violenza è roba vecchia”. Condivisibile, bello, toccante. Ma quali sono questi mezzi? Manifestazioni pacifiche? Fatto. Flash Mob? Fatto. Lettere ai giornali? Fatto. Lettere ai politici? Fatto. Incontri, assemblee, occupazioni? Fatto. Presenze in radio e in tv? Fatto. Evidentemente chi ha suggerito nuovi mezzi ha delle idee che a noi non vengono proprio in mente, vorrei implorarlo di trasmettercele, noi non vediamo l’ora.

Tornando a noi, ministro, possiamo ancora credere che siano stati pochi i ragazzi che hanno manifestato con violenza. In confronto alla totalità dei partecipanti, è stato così. E va bene, possiamo condannarli, ma il problema, mi dice lei, è perché tutti gli altri non prendono le distanze? Beh, c’è un motivo che potrebbe capire solo se scendesse giù tra noi, vedesse la politica per quello che è, per quello che sta facendo all’Italia e per quello che l’Italia ne pensa. Lo accenno, ma so che si risentirà e, l’avverto, in modo sinceramente fuori luogo.

Qualcuno ha esagerato? E’ stato troppo? Troppa, tutta questa violenza? Troppa, questa rabbia? Vuol dire che dovevate fermarvi prima.

E i poliziotti? Ci sono andati di mezzo ingiustamente? E’ giusto che il ministro li difenda mettendosi contro i ragazzi? Sì, ci sono andati di mezzo ingiustamente e no, il ministro così facendo non li difende affatto. Quando dei ministri prendono decisioni per l’Italia senza interpellare l’Italia, i poliziotti ascoltano le grida degli italiani al posto dei veri destinatari. Se gli italiani invece di gridare picchiano, i poliziotti prendono le botte al posto dei veri destinatari. Questo è un dato di fatto. La difesa dei poliziotti non si fa umiliando gli studenti, si fa prendendosi le proprie responsabilità, evitando che le prendano loro al posto vostro.

Tutto questo è troppo? Vuol dire che dovete scendere giù, guardare la gente, tornare a vivere dove viviamo noi, così forse capirete che, se è troppo, dovevate fermarvi prima.

Claudia

Ps. Tranquillo, nessuno la picchierà mai, noi siamo migliori di quelli che ci volete portare ad essere.

In diretta la votazione al Senato

Chi è favorevole? Chi è contrario? Chi si astiene?

http://webtv.senato.it/

Riprendiamoci il presente, costruiamo il nostro futuro!

Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare.
(Franco Fortini)

Quello che vedremo al senato, la settimana prossima, sarà quello che abbiamo visto tante volte negli ultimi anni: un parlamento ormai irrimediabilmente separato dal paese reale, che si beffa di una società intera.
Molto probabilmente Mercoledi 22 Dicembre la riforma Gelmini passerà, sarà oggetto di accordi e compravendite che non tengono conto delle critiche che da mesi studenti e ricercatori portano avanti con ogni mezzo. In Senato il governo ha una maggioranza schiacciante, ma noi che stiamo fuori dall’aula abbiamo la voglia, la capacità, la rabbia e soprattutto l’intelligenza per sperimentare nuovi modi di fare democrazia. L’istituzione parlamentare è ormai una nave in bottiglia, senza mare e senza onde, protetta dal vetro sottile che la circonda.
Oltre quel vetro di quella bottiglia c’è tutto il resto. Un mondo variegato, composito, non ricostruibile in qualche articolo o servizio televisivo. Pensiamo, solo per fare un esempio, al mondo della cultura e della formazione. Persone differenti, che mai si erano parlate prima, si stanno muovendo in maniera diversa, senza trovare un unico punto su cui convergere, senza trovare un nome che racchiuda tutto ciò che si muove. Se non possiamo dare un nome a questo movimento, possiamo però leggerne le passioni, le intensità, le differenze e le tante domande a partire dalle quali reinventare la politica.
C’è la rabbia di chi non viene mai ascoltato, di chi in questi mesi tenta ogni strategia comunicativa e politica per far valere le proprie ragioni, ma sente la sua voce bloccata da istituzioni chiuse a riccio su se stesse.
E c’è l’amore per quello che si fa ogni giorno, nonostante i ricatti, la mancanza di futuro, la precarietà imposta. L’amore di chi continua a mettersi in gioco, di chi continua a costruire, perché è quello che vuole fare, perché è ciò in cui crede.
A lungo sentiremo ancora parlare del 14 dicembre come momento in cui tutto è venuto a convergere, come apice, come D-Day irripetibile, evento epocale. Si tratta ora di ricominciare a camminare, di concepire l’ evento come salto in grado di riaprire un futuro a partire dagli slanci che hanno contribuito a produrlo: le proteste dei ricercatori di settembre, le piazze piene di studenti medi a ottobre,gli studenti universitari sui tetti nel mese di novembre, le strade, le stazioni e i monumenti occupati.
Siamo convinti che questo sia il momento di parlarsi, di riconoscersi, di costruire un’agenda politica comune in grado di creare spazi di partecipazione pubblica a partire dal prossimo Gennaio. Non solo è il momento di parlare tra noi, ma di parlare alla società intera: il terreno della crisi infatti è utilizzato dal nostro governo e dai poteri forti di questo paese per attaccare i diritti di tutti e tutte, per moltiplicare i ricatti, per aggredire il diritto di sciopero, per ridefinire i rapporti sociali sui posti di lavoro quanto nella società.
Per farlo abbiamo pensato a un’assemblea in un luogo centrale della città, la piazza all’interno della biblioteca Sala Borsa. Invitiamo non solo gli studenti medi, i docenti, i precari dell’università e i ricercatori, ma anche tutta la cittadinanza, i comitati per i beni comuni, i bibliotecari in lotta, gli insegnanti precari, a fare un primo passo verso il 2011. Per riprenderci tutti insieme il presente e costruire giorno per giorno il nostro futuro.

Studenti e precari

Mercoledì 22 Dicembre, ore 16 assemblea in Sala Borsa,
Piazza del Nettuno, Bologna

Claudio Santamaria e Roma 14/12

E FIGURATI SE CI FIDIAMO NOI…

…noi precari dell’università che in questi giorni siamo scesi in piazza a fianco degli studenti e dei ricercatori per contestare una riforma che ci colpisce per primi. Noi, che un governo-macchietta e la Conferenza dei Rettori (CRUI) vorrebbero vedere espulsi in massa: grazie alla manovra di luglio nel 2011 sarà possibile avere complessivamente attivi al più 200 posti da ricercatore (a Tempo Determinato beninteso!) a fronte dei 60000 contratti atipici che ogni giorno mandano avanti un’università che GIA’ vive una crisi irreversibile.

Figurarsi se possiamo fidarci di una classe politica che sceglie di buttare via una generazione che lo stato ha formato con ingenti risorse, anziché puntarci per farne il motore dell’uscita dalla crisi economica che ci attanaglia attraverso un profondo ripensamento del modello economico e sociale predominante.

Figurarsi se possiamo fidarci di chi alle mobilitazioni di questi giorni, e mentre in tutta europa si contestano le politiche di austerity, risponde, come a Roma a Milano e a Napoli, con un apparato repressivo che condanniamo fermamente: mentre in Inghilterra gli studenti occupano il palazzo dei tories contro l’innalzamento delle rette universitarie e riprendono lo stile dei book-bloks romani a Roma  la polizia carica a freddo un gruppo di studenti che avevano già concluso un’azione dimostrativa, a Milano si assiste a violente cariche per dividere i manifestanti e tenere lontana l’ingombrante presenza degli studenti, dei lavoratori e degli immigrati dalla rituale cerimonia del lusso sfrenato e a Napoli si impedisce con la forza la protesta legittima di disoccupati e attivisti in bicicletta in piazza per una mobilità sostenibile.

Per questo scenderemo in piazza il 14 dicembre assieme alle altre componenti sociali: perché la nostra battaglia non e’ corporativa ma parla a tutti coloro che pensano che dalla  crisi si possa uscire solo investendo su diritti, ricerca e formazione, welfare e beni comuni, per costruire un diverso modello sociale di produzione e condivisione delle risorse.

NOI NON CI FIDIAMO di questo governo e saremo in piazza tutti insieme, uniti contro la crisi, il 14 dicembre per buttarlo giu’ e ricominciare a costruire non dal palazzo ma dalle universita’, dalle piazze, dalla società!

Coordinamento dei Precari della ricerca e della docenza – Università

Piccola rassegna stampa del 24 novembre

Questa rassegna verrà aggiornata durante la giornata, ma per il momento segnaliamo:

Porcellum universitario

di Paolo Bertinetti*

Nel giugno del 2008 scrissi un articolo in cui denunciavo le decisioni del Ministro Tremonti relative all’Università. Tagli dei fondi e tagli del personale (ogni cinque pensionamenti soltanto un’ assunzione). Era quella la riforma dell’Università. Purtroppo fui uno dei pochissimi a prendere subito posizione. Nell’autunno ci pensarono però gli studenti (e anche diversi docenti). [...]
http://www.unita.it/news/scuola/106189/porcellum_universitario

I tagli al futuro

di CHIARA SARACENO

Ci sono molte buone ragioni per riformare l’università italiana. Razionalizzare la frammentazione di corsi di laurea, facoltà, materie, che spesso corrisponde solo a logiche vuoi corporative, vuoi territoriali. Premiare il merito delle università sia nel campo della ricerca che in quello della qualità didattica. Reclutare i docenti con criteri che valutino la competenza e la congruità ai bisogni della facoltà che chiama, e non l’appartenenza a consorterie varie, o l’anzianità di servizio o di pazienza nello stare in coda. [...]
http://www.repubblica.it/scuola/2010/11/25/news/tagli_futuro-9475206/?ref=HREA-1

e una scheda, sempre su La Repubblica:
http://www.repubblica.it/scuola/2010/11/24/news/universit_la_riforma_della_discordia_ecco_su_cosa_protestano_gli_atenei-9463701/?ref=HREA-1

Dove, dopo il primo paragrafo, inizia la solita confusione:

Ricercatori. Avranno un limite temporale di sei anni per riuscire a fare propria l’abilitazione all’insegnamento come associato. In caso contrario, non potranno più continuare l’attività accademica.”
Non segnalano che l’abilitazione non significa automaticamente assunzione, non diventiamo tutti “professori”.
Ma almeno si sono ricordati dei precari:
“Nessuna buona notizia neanche per i precari: l’accesso alla docenza non prevede infatti deroghe o sanatorie per i circa 20mila attuali ricercatori a tempo determinato. L’iter che saranno chiamati a seguire è lo stesso di quelli che approdano oggi negli atenei: per tutti c’è il rischio fondato (attualmente i posti destinati al turn over sono appena il 20%) di rimanere esclusi per sempre dall’attività accademica.”

24 novembre 2010 – l’Università pubblica italiana alza la voce

Il Coordinamento dei Precari della ricerca e della docenza – Università (CPU) esprime la propria soddisfazione per le numerose e partecipatissime iniziative di protesta contro il DdL Gelmini che ieri e oggi si sono svolte in tutto il territorio nazionale, da Trieste a Messina e da Bari a Torino.
La contestazione dimostra in maniera inequivocabile l’esistenza di un’università sana e consapevole, pronta ad opporsi ad un provvedimento di smantellamento del sistema di istruzione superiore appoggiato solo dalle lobby accademiche e dai rettori della CRUI.
Ora non bisogna fermarsi! Respingiamo le inquietanti affermazioni del presidente del Senato e annunciamo fin d’ora che la protesta proseguirà pacifica e determinata anche dopo l’eventuale approvazione del provvedimento da parte della Camera dei Deputati: il nuovo passaggio al Senato non sarà un pro forma.
Affermiamo inoltre la nostra condanna per le cariche della polizia e per gli arresti durante il corteo di Roma che, contrariamente a quanto affermato da alcuni esponenti politici, non aveva alcun carattere violento. E’ inaccettabile che le proteste contro la soppressione del diritto allo studio, dal Regno Unito all’Italia, vengano tacitate dai governi europei mediante il ricorso alle forze di polizia anziché attraverso la riaffermazione di universali principi di civiltà che sembravano inattaccabili solo fino a pochi anni fa. Esprimiamo quindi la nostra solidarietà agli studenti feriti e ai due arrestati, dei quali chiediamo l’immediato rilascio.

Coordinamento dei Precari della ricerca e della docenza – Università (CPU)
http://coordinamentoprecariuniversita.wordpress.com/

24 Novembre 2010

Meglio ordinario che precario – Lettera del CPR di Catania

Lettera aperta del Coordinamento Precari Ricerca Catania ai docenti dell’Ateneo di Catania

 

Gentili professori emeriti, ordinari, associati,
Gentili ricercatori,
già firmatari della petizione “Per una nuova e condivisa riforma dell’università”,

con vivo stupore apprendiamo che tra le firme a sostegno della petizione “Per una nuova e condivisa riforma dell’università”, promossa dal Coordinamento Unico d’Ateneo a partire dal 26 Ottobre 2010 e ieri presentata alla stampa, quelle degli studenti e dei ricercatori precari dell’ateneo sono state accantonate e non compaiono tra le sottoscrizioni, gerarchicamente strutturate, in calce al testo già diffuso.

Non senza sorpresa, noi ricercatori precari del Coordinamento Unico d’Ateneo già firmatari della stessa petizione, abbiamo seguito sulla mailing list l’appassionato avvicendarsi dei messaggi di correzione, modifica, integrazione, richiesta di chiarimenti su nomi, cognomi, afferenze e ruoli vittime di refusi o imprecisioni: quanto scientifico rigore e stringente metodologia applicati alla difesa dell’Università, quanta meticolosità nel distinguere tra i firmatari emeriti e quelli ordinari, tra gli ordinari semplici e i presidi ordinari, tra gli ordinari docenti e gli associati anch’essi docenti, tra i professori associati e i ricercatori professori mancati, tra i ricercatori e quell’unico solitario “personale Ata” che ha firmato, a titolo anche’esso personale s’intende. Quanto accademico zelo nello scartare uno dopo l’altro – o “epurare” come qualche docente del Coordinamento Unico d’Ateneo ha avuto l’arguzia e la grazia di sottolineare – quegli stessi dottorandi, assegnisti, docenti a contratto prescelti, invece, per sostenere la didattica e la ricerca ogni giorno, tutti i giorni, in tutte le facoltà ed in tutti i dipartimenti. Che nobile fatica differenziare quanti oggi vedono sparire le già ridotte opportunità di lavoro dentro l’Università da quanti, invece, un posto di lavoro a tempo indeterminato già ce l’hanno – i ricercatori e i docenti – e non lo rischiano, neanche per merito del Ministro Gelmini. Effettivamente la differenza c’è.

Davanti alle firme “inutili” di studenti e precari, disorientati accogliamo il successo delle oltre 500 (su i circa 1600 tra docenti e ricercatori dell’ateneo) adesioni “accademicamente corrette” di quanti non hanno esitato a condividere, e sottoscrivere, un’idea di Università intesa, come recita il testo in forma di lettera aperta al Ministro dell’Università, quale «organizzazione che esalti quel dibattito di idee che è la ragione stessa della vita universitaria». Un’idea che – ne siamo certi, noi precari – appartiene ai ricercatori e docenti diversamente strutturati quanto a quelli abitualmente accomodati al vertice della piramide accademica. Un’idea che ci rende pari nelle responsabilità che ci siamo dati collettivamente di fronte allo scempio dei provvedimenti del Governo ma, alla luce dei fatti, non nelle opportunità di esercitare altrettanto collettivamente il dissenso. Neanche quello.

Oggi, all’indomani della cancellazione degli studenti e dei precari universitari anche dalle petizioni contro il DdL “Gelmini”, oltre che dall’agenda politica di Ministro, Rettori, Presidi e quanti hanno responsabilità di governo negli atenei, non possiamo non interrogarci sul significato delle parole e sul valore dei fatti, gentili colleghi.
Se anche nella mobilitazione ampia e condivisa di tutte le componenti universitarie in difesa dell’Università pubblica, laica e pluralista – secondo l’idea di Università che parrebbe trapelare dalle comunicazioni intercorse – un professore ordinario pesa più di un precario e l’ordine delle gerarchie prevale sulle priorità dei contenuti, allora urge riconoscere che la questione del precariato universitario è una questione di conflitto tra “categorie” prima che tra “generazioni”, che l’autoaffermazione del proprio ruolo di potere (soprattutto se piccolo) per gli accademici è prioritaria rispetto al riconoscimento dello stesso da parte degli altri, che la “maniera accademica” di deformare i rapporti gerarchici in senso paternalistico all’interno dell’Università è talmente strutturale e pervasiva da essere tragicomicamente travasata pure sul fronte della protesta contro il DdL sulla riforma universitaria.

Se anche al riparo dei proclami di democrazia e partecipazione ci sono docenti e ricercatori che non sembrano saper resistere alla tentazione di “passare per primi”, gentili colleghi e cari maestri, allora forse il Coordinamento Unico d’Ateneo ha fallito nel suo obbiettivo primario: costruire quella consapevolezza comune dentro l’ateneo di Catania attraverso cui mettere in luce la realtà: questo Governo disprezza l’Università pubblica tutta, travolgendo i diritti degli studenti, dei ricercatori – strutturati e non – e dei professori in un sol colpo.

Di fronte all’emergenza dell’università pubblica demolita e della scuola pubblica abbattuta, noi ricercatori precari dell’Università di Catania sentiamo sempre più forte la necessità di rilanciare un cambio di rotta decisivo e siamo ancora capaci di immaginare un’Università in cui la “qualità” non debba fare il paio per forza con la “competizione”, con la cancellazione delle opportunità e dei diritti dei più fragili; guardiamo ad un’Università in cui la solidarietà tra tutte le componenti del mondo universitario sia la principale, e naturale, garanzia per la tutela degli interessi collettivi e non, viceversa, il canale per amplificare le già insopportabili disparità.

Noi ricercatori precari restiamo coerenti rispetto all’idea di un’altra Università possibile che ci ha spinto già due anni fa – molto prima di ricercatori indisponibili, associati preoccupati e ordinari sensibili – a prendere una posizione decisa al fianco dei docenti della scuola e degli studenti per un’Università e una Scuola migliori di quelle attuali e diverse da quelle deformate dalle politiche dissennate di chi ha l’ambizione di governarle senza un progetto di sviluppo, come se fossero un condominio.

Noi ricercatori precari sappiamo già che è meglio essere Ordinario che Precario, ma “non siamo disponibili” a tollerare che sia la cifra della protesta dell’Università di Catania.

Per questo chiediamo che vengano immediatamente reintegrate le firme degli studenti e dei ricercatori precari in calce alla petizione a testimonianza di quella comunanza di obbiettivi, prospettive e pratiche che ci siamo dati, in modo unico, come Coordinamento Unico dell’Ateneo di Catania.

Catania, 20 Novembre 2010

Coordinamento Precari della Ricerca Catania

Allegato: petizione con le firme diffusa ieri

Link al blog dei Precari di Catania

http://precariricercact.blogspot.com/2010/11/meglio-ordinario-che-precario.html

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