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Di buon auspicio: Torino resiste
Segnaliamo l’articolo di Alessandro Ferretti sul blog del Fatto Quotidiano: :Torino, l’Università che resiste: bibliotecari rispediscono i licenziamenti al mittente” augurandoci che sia d’ispirazione e non solo di buon auspicio.
“…ci vediamo costretti ad operare il licenziamento collettivo di nr.33 unità di personale a tempo indeterminato”. Licenziati in tronco, senza ammortizzatori sociali, tramite un fax senza firma. Così inizia questa storia, giovedì scorso a Torino: ben poco originale, in questi tempi austeri.
I licenziati sono soci di una delle due cooperative che forniscono il servizio di reference delle 49 biblioteche dell’Università di Torino: stanno al bancone, accolgono gli utenti e porgono i libri. UniTo ha da anni appaltato il servizio (rimettendoci dei soldi): oltre ai 33 dipendenti di CoopCulture ci sono altri 39 esternalizzati.”
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Chi sono i “tecnologi”?
Qualche giorno fa abbiamo ricevuto questa lettera che chiedeva informazioni sulla figura del tecnologo prevista in alcuni bandi del MIUR:
Carissimi,
da un po’ di giorni avevo notato che il sito dei bandi miur (http://bandi.miur.it/) presenta una nuova “linguetta”, quella dei tecnologi.
Poiché questa figura mi era totalmente sconosciuta, sono andato alla ricerca della legge sulla quale si basa e ho trovato il DL 5/2012 (v. estratto in allegato), che aggiunge questa figura nel testo della 240.
Nel leggere l’art. 54 del DL (che aggiunge un articolo 24 bis alla 240) mi sono venute alcune domande:
1. ma stanno trasformando anche la figura del tecnico D in tempo determinato?
2. che possibilità di carriera offre la legge alla figura del tecnologo (alla stregua del “percorso” previsto per gli RTD)?
3. ma non esisteranno più tecnici a tempo indeterminato?
Secondo me è il caso di tenere sott’occhio anche questa questione, in quanto sappiamo che un possibile sbocco di assegnisti e di precari della ricerca è proprio quello di una posizione da tecnico.
Qualcuno sa qualcosa più nello specifico?
Un caro saluto
Carlo
Con l’aiuto della FLC-CGIL di Bologna proviamo a rispondere:
Nel CCNL dell’Università relativo al personale tecnico amministrativo è prevista la famiglia professionale dei tecnici con la definizione di ” area tecnica, tecnico – scientifica ed elaborazione dati” che comprende un po’ tutto, dall’informatico all’addetto alla logistica al tecnico specialistico, questo all’interno delle categorie B,C, D ed EP (il B è il più basso l’EP il più alto), che stabiliscono i livelli economici oltre che quelli professionali.
Nel sito del MIUR si può vedere, come esempio, il bando di un concorso per tecnologo, a tempo determinato e su progetto con un profilo molto specialistico. Per quanto riguarda il tempo determinato c’è da dire che, a parte il contratto a termine, il personale è equiparato a quello a tempo indeterminato con gli stessi diritti (maternità, orario di lavoro, malattia, ecc…).
Sempre per fare un esempio la retribuzione di un D1 (al primo livello economico) è di circa 1.300 euro al mese, per saperne di più vi rimandiamo al contratto collettivo.
Il futuro della valutazione in un paese in ritardo
La valutazione della ricerca in Italia come esperimento sociale? Quanto costa la valutazione? A che serve? Possiamo distinguere tra università di ricerca e università per la didattica? C’è un futuro per la valutazione in Italia? Perché l’ANVUR ha combinato questo disastro?
Il video relazione di Alberto Baccini al primo Convegno ROARS. Il convegno tenutosi a Roma il 15/11/2012 presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana
Streaming Assemblea del 7 dicembre 2012
A questo link http://www.ustream.tv/channel/assemblea-nazionale-precari-della-conoscenza potrete seguire lo streaming dell’Assemblea dei Precari della Conoscenza.
Invito Assemblea precari FLC – Roma 7 dicembre 2012
Riceviamo e pubblichiamo l’invito all’assemblea organizzata dai precari FLC-CGIL di scuola e università:
Care precarie e cari precari,
vi invitiamo a partecipare all’assemblea nazionale dei precari della conoscenza che si terrà
venerdì 7 Dicembre 2012 a Roma, dalle 10.30 alle 17.30, presso l’ITT C. Colombo in via Panisperna 225.
La scuola, l’università e la ricerca pubblica, così come i settori della scuola non statale, della formazione professionale e di quella artistica e musicale sono stati gravemente colpiti dai provvedimenti del governo attuale e di quello che lo ha preceduto. In questo scenario disastroso all’instabilità politica, economica e sociale del nostro paese corrisponde una sola condizione stabile: la precarietà del nostro lavoro.
Nessuno di noi si è ritenuto assolto, ma sappiamo anche che dopo le intense mobilitazioni degli ultimi anni, in cui siamo stati protagonisti insieme agli studenti medi e universitari, oggi ciò che ci troviamo davanti sono solo macerie. Non possiamo solo restare a guardarle con rabbia, è necessario ripartire.
La precarietà del nostro lavoro in Italia è oggi essenzialmente assenza di diritti, di tutele e di rappresentanza e se vogliamo superare la condizione di grave disagio che pesa sulle nostre spalle, sulle nostre famiglie e sul nostro futuro dobbiamo pretendere che l’investimento sulla conoscenza, le opportunità di lavoro e il welfare della generazione precaria siano al centro dell’azione del prossimo governo e dell’agenda delle forze politiche che ambiscono a rappresentarci.
Abbiamo il sospetto che per sopravvivere oggi, nell’epoca della meritocrazia senza opportunità, sia necessario avere un’idea chiara sul domani che vogliamo. Per condividerla, costruirla insieme e far sì che sia parte integrante della proposta della FLC CGIL vi invitiamo a ripartire insieme da via Panisperna il prossimo 7 Dicembre 2012.
Roma, 1 Dicembre 2012
La lettera che il segretario generale della FLC Cgil al Ministro profumo
Pubblichiamo dal sito delle FLC-CGIL il testo della lettera che il segretario generale della FLC Cgil, Domenico Pantaleo, ha scritto al Ministro Profumo, all’Onorevole Ghizzoni ed al Senatore Possa, presidenti delle commissioni istruzione di Camera e Senato, per denunciare la situazione disastrosa in cui versa l’Università pubblica italiana chiedendo, tra l’altro, impegni precisi sul fronte dei finanziamenti e del turn-over.
___________________
Roma, 28 novembre 2012
Al Prof. Francesco Profumo
Ministro Istruzione, Università e Ricerca
All’On. Manuela Ghizzoni
Presidente VII Commissione
Cultura, Scienza e Istruzione
della Camera dei Deputati
Al Sen. Guido Possa
Presidente VII Commissione Istruzione pubblica, Beni culturali
del Senato della Repubblica
Loro sedi
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Io voglio restare: campagna e gruppi di lavoro
Sabato 10 novembre a Firenze, in occasione dello European Social Forum e in un’assemblea affollata, e’ stata presentata la campagna: Io voglio restare.
Su Il Corsaro.info l’appello e’ stato raccontato in questo modo (e noi precari della didattica e della ricerca non possiamo che condividere, aderire e supportare l’iniziativa):
“Sono passati solo pochi giorni dalle ennesime dichiarazioni del ministro Fornero, con i suoi inviti alla rassegnazione, ed una generazione sempre più schiacciata dalla crisi di un modello economico che porta solo esclusione sociale e precarietà torna a parlare pubblicamente di se stessa con l’obiettivo di riprendere davvero parola nel discorso pubblico.
“Serve un’inversione di rotta radicale e di lungo periodo: e chi deve prendere in carico una simile sfida, se non noi stessi?” Questo il senso dell’appello “Io voglio restare“, lanciato in questi giorni e che prelude ad una campagna e ad un primo incontro nazionale, che si svolgerà sabato 10 novembre a Firenze nell’ambito di Firenze 10+10, forum internazionale che si svolge a 10 anni dallo straordinario social forum europeo di Firenze.” Continua qui
Una mini rassegna stampa dei quotidiani che hanno rilanciato l’appello.
Università Bene Comune ad una iniziativa pubblica sull’università organizzata da SEL
Di seguito il testo del discorso di Tiziana Drago ad una iniziativa pubblica sull’università organizzata da SEL a Foggia sabato 3 novembre 2012.
“Grazie agli organizzatori di questo incontro per l’invito. Tengo a precisare che in questa sede mi faccio portavoce dell’assemblea nazionale Università bene comune (Unibec), il laboratorio di idee e di pratiche, che condivido insieme ad altri lavoratori e lavoratrici della conoscenza: lavoriamo a stretto contatto con il mondo della scuola e qualche mese fa abbiamo promosso il contro questionario, alternativo alla consultazione ministeriale, contro l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Il nostro impegno in difesa del sistema pubblico di produzione e trasmissione del sapere è cominciato a partire dalla lotta contro l’ultima, pessima legge di riforma dell’Università, contro quella riforma che, dal mio osservatorio di ricercatrice umanista di una università del Sud, è stata soprattutto una grande bolla mediatica, un inganno pubblicitario.
Ci è stato detto che era una riforma necessaria perché l’università italiana era dequalificata. Sembrava vero, ma non era vero: e infatti i ricercatori italiani erano e sono tra i più richiesti nelle Università straniere (né a qualcuno è venuto in mente di comparare quanto investono in ricerca, rispetto a noi, gli altri Paesi Ocse).
Ci è stato detto che si voleva contrastare la degenerazione baronale del sistema dei concorsi, ma la contromisura per arginare l’arroganza dei “baroni-ricattatori” è stato l’ampliamento abnorme del potere degli ordinari (le commissioni di concorso che prima erano costituite da professori ordinari, associati e ricercatori, ora sono formate soltanto da ordinari).
Ci è stato detto che l’università italiana era sull’orlo del collasso per colpa degli sprechi e che occorreva “razionalizzare”. Si è taciuto che il collasso è determinato innanzitutto dai tagli sempre più insopportabili al sistema pubblico della formazione e della ricerca; nessuno poi ha detto che il rimedio previsto ai tagli è la possibilità di un aumento indefinito della tassazione studentesca.
Ci è stato detto che i docenti universitari italiani sono fannulloni e guadagnano cifre esorbitanti: nessuno ha detto qual è la busta paga base di un ricercatore italiano, che entra nei laboratori o nelle biblioteche al mattino per uscirne a sera tarda almeno sino a quando ci saranno ancora libri e provette per fare ricerca (1156 euro mensili: potrei mostrare la mia prima busta paga).
Ci è stato detto che si voleva investire nei giovani, ma la riforma ha cancellato la figura del ricercatore a tempo indeterminato, ha precarizzato la ricerca, ha preparato l’ecatombe di un’intera generazione di giovani studiosi, vanificando il senso stesso della trasmissione del sapere: la ricerca ha senso solo se stimola altra ricerca, se qualcun altro raccoglie il testimone, se il sapere è cultura diffusa.
Ci è stato detto che si voleva “modernizzare” il sistema per rafforzare il legame dell’Università con il territorio e con l’impresa e così si è deciso l’ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione degli Atenei.
Ci è stato detto che le imprese avrebbero investito in università e ricerca e avrebbero socializzato gli utili a beneficio della collettività. E invece non si è visto nessuno che avesse l’intenzione di investire i propri capitali, semmai qualcuno animato dal desiderio di intervenire negli obiettivi di ricerca di alcuni settori (politecnici, aree tecnologiche e mediche) cui attingere liberamente – e parassitariamente – in vista delle necessità del mercato.
Si è trascurato che il tessuto di imprese è distribuito in modo diseguale sulla superficie nazionale del Paese per cui la conseguenza inevitabile di questo processo non può che essere l’accentuazione dei divari sociali e territoriali e la penalizzazione della ricerca di base –umanistica e teorico-scientifica– non immediatamente finalizzata alle necessità produttive. La preoccupazione continua del territorio e del mercato stava preparando la rinuncia alla costruzione del pensiero critico e all’astrazione. Così che ora alcuni saperi rischiano di essere tagliati fuori dal circuito vitale degli investimenti: se tutto deve essere pratico, empirico, spendibile, in quale ottica è più possibile concepire la storia, la letteratura, il cinema? E, in ultima analisi, l’intera dimensione dell’immaginario?
E però, questo coacervo volgare di falsità, detto e ridetto, è diventato senso comune. E la riforma, nonostante fosse un disegno regressivo per la dignità, per i giovani, per il futuro, è diventata legge. Con la convergenza di tutte quelle forze, che hanno fatto gravare sull’Università e sulla ricerca, che non fosse al servizio spicciolo dell’impresa, un diffuso sospetto di inutilità se non proprio di nocività. E con la connivenza di buona parte della sinistra, trincerata dietro l’ipocrisia di una “solidarietà” di facciata, ma incapace di abitare un orizzonte culturale diverso da quello che avrebbe dovuto combattere. Per conformismo e per ignavia.
Ora Francesco Profumo si è confermato l’esecutore testamentario della legge Gelmini: in più sollecita insistentemente le sirene del merito; ma si è capito subito che “merito” è il termine vuoto con cui si intende stabilizzare e inasprire gli strumenti di ricatto e di disuguaglianza che disciplinano la società. L’incertezza della politica nella difesa della scuola e dell’Università pubbliche ha dimostrato che a guidare le scelte di questa classe politica è qualcosa che non ci rappresenta.
Siamo solo all’inizio di una riflessione che si preannuncia lunga e complessa ma la trascorsa stagione di lotta ha rivelato l’enormità della posta in gioco: il vilipendio dei diritti del lavoro e la sottrazione alle comunità dei loro beni chiede la complicità del mondo della conoscenza per soffocare il conflitto. La riforma dell’istruzione (in Italia e nel quadro europeo) è figlia della necessità di allineare i cittadini e le cittadine alla ricetta neoliberista per cui la crescita è declino e la scelta è limitata a un lavoro senza diritti o a diritti senza lavoro. Questa è la minaccia che ha riempito le piazze. Dietro gli slogan contro la precarietà e la fine del futuro c’era la percezione di un pericolo troppo grande: quello di un mondo governato dalla privazione del desiderio e dalla negazione della possibilità. La lotta di tanti studenti e ricercatori è stata un’esplosione di dignità, di intelligenza, di passione. È stata il risultato di un lavoro difficile. Innanzitutto perché il luogo dove è iniziata la mobilitazione è l’università, che spesso non è uno spazio di dialogo trasversale, ma al tempo stesso è un luogo estremamente ricco di potenziale, dove il sapere diventa laboratorio di significato, dove si libera l’intelligenza collettiva, ci si riappropria del diritto a immaginare la vita. I ricercatori sono stati studenti e sono stati precari. Gli studenti lotteremo perché non diventino precari.
Abbiamo tutti insieme diritto a un futuro, non solo accettabile ma felice. Questo processo, caro Presidente, non può più attendere né è delegabile. Richiede una sinistra che la smetta di balbettare e cavalcare le parole d’ordine del mercato, che la smetta di confrontarsi con le geometrie di partito e i calcoli elettorali di corto respiro. Noi andremo avanti comunque. Perché questo processo richiede soprattutto energie disposte a spendersi per ricucire un tessuto sociale lacerato: questo processo è un balzo in avanti e ha per sé l’avvenire.”
Lettera al Rettore dell’Università di Sassari su concorsi RTD
Al magnifico Rettore dell’Università di Sassari e al Direttore dell’Ufficio Concorsi dell’Università di Sassari
Le scriviamo in relazione al bando di concorso emanato dal suo ateneo per n. 29 ricercatori a tempo determinato e a tempo pieno, mediante conferimento di un contratto di lavoro subordinato di durata triennale, ai sensi dell’art. 24, comma 3, lettera a) della legge 30 dicembre 2010, n. 240, finanziate dalla Regione Sardegna nell’ambito dell’Asse IV Capitale Umano, Obiettivo operativo l.3 Linea di Attività l.3.1 del P.O.R. Sardegna F.S.E. 2007/2013 – C.U.P. E85E12000060009.
Dalla lettura dei criteri di valutazione da poco pubblicati sul sito dell’ateneo emergono profili di irregolarità che possono esporre l’ateneo al rischio di ricorsi.
L’idea di merito del ministro Profumo: insegnamento obbligatorio per gli assegnisti di ricerca
Con il decreto sul “merito” che sarà varato nei prossimi giorni il “governo dei tecnici” imbocca nuovamente la strada, già battuta dai vari esecutivi Berlusconi, di un provvedimento del tutto privo degli straordinari requisiti di necessità e urgenza che dovrebbero giustificare un decreto legge e coperto da un titolo accattivante utilizzato per indorare misure: in parte inutili, in parte addirittura contrastanti con la cosiddetta “valorizzazione del merito”, in parte finalizzate al raggiungimento di altri e deprecabili obiettivi.