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Ai tagli alle Facoltà Umanistiche è dedicata la copertina di “Internazionale”di questa settimana


Un bell’articolo della filosofa Martha C. Nussbaum su Internazionale (http://www.internazionale.it/) di questa settimana fa il punto sulla situazione universitaria mondiale legata al rapporto tra discipline umanistiche, economiche e scientifiche. Sull’onda di un dibattito aperto all’interno della nostra mailing list sulla rappresentazione del ricercatore – visto sempre come “topo da laboratorio” con il camice bianco e mai come, ad esempio, un giovane latinista – ci sembrava interessante riflettere sull’importanza che rivestono le facoltà umanistiche nella nostra Università.

I milioni di studenti in Arte, Storia, Lettere Moderne, Scienze della Comunicazione, Scienze della Formazione, DAMS vengono sempre più visti come prossimi disoccupati.(A tal proposito si veda la querelle tra Riccardo Fofi e Renato Barilli apparsa qualche settimana fa su “l’Unità” http://www.unita.it/news/104958/dams_fabbrica_di_disoccupati_o_fucina_di_lavoro). I laureati, invece, si arrabbattano tra dottorati, supplenze, lavori mal pagati nell’editoria, nel giornalismo e nel sempre più variegato terzo settore. La domanda che spesso gli si rivolgere è la seguente: “a che serve un laureato in Lettere? Per far sviluppare il paese servono ingegneri, medici, fisici o economisti”.

La Nussbaum non è però d’accordo: ad una formazione “tecnica”, improntata su conoscenze di tipo logico o matematico, contrappone una formazione che potremmo definire più “creativa”, volta ad una rielaborazione critica dei fatti e dei valori oltre che ad una “immaginazione narrativa”. Lo spirito critico e l’empatia  fanno paura: “una persona istruita e in grado di provare empatia per l’altro è un nemico particolarmente pericoloso dell’ottusità, e l’ottusità morale è necessaria per realizzare programmi di sviluppo economico che ignorano le diseguaglianze”, scrive la filosofa statunitense.

Per fortuna, qualcuno a iniziato a cambiare rotta: “I più importanti formatori di dirigenti d’azienda hanno capito da tempo che una buona capacità di immaginazione è il pilastro di una buona cultura degli affari. L’innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte e creative. La letteratura e le arti stimolano queste facoltà. Quando mancano, la cultura aziendale perde colpi in fretta. Sempre più spesso, al momento dell’assunzione i laureati nelle materie umanistiche sono preferiti a studenti che hanno avuto una formazione rigorosamente professionale, proprio perché si pensa che abbiano una mente più elastica e creativa”. Insomma, c’è ancora speranza.

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