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Adesione del CPU allo sciopero generale del 6 maggio


Dal 2010 al 2012 i tagli al finanziamento ordinario dell’università saranno di circa 900 milioni di euro e l’investimento nel diritto allo studio è già stato praticamente azzerato. Con l’università si fa cassa, e non c’è da attendersi nulla di buono dalla manovra economica che, con la solita disinvoltura da bassa politica, sarà varata subito dopo le elezioni amministrative con un previsto impegno di fondi e risorse in settori diversi dall’università e dalla ricerca, a partire dalle spese militari.

Tutto questo avviene mentre il numero degli iscritti alle università cala drammaticamente e l’intero sistema del 3 più 2 si dimostra sempre meno in grado di fornire un’istruzione non diciamo di elevata qualità, ma nemmeno spendibile sul mercato del lavoro. Lo smantellamento dell’istruzione e della ricerca è lo sbocco naturale di scelte politiche ed imprenditoriali fallimentari che hanno reso l’economia italiana sempre più incapace di competere sul mercato mondiale. Ora le classi dirigenti politiche ed imprenditoriali intendono scaricare i costi dei loro fallimenti sui lavoratori, gettandoli in settori in cui meno serve la qualità del lavoro e producendo una massa crescente di manodopera “flessibile”, sottopagata, di scarso livello. Queste scelte riconsegnano l’Italia ad una prospettiva di sottosviluppo dalla quale si era faticosamente usciti nel Dopoguerra, soprattutto grazie agli investimenti nell’istruzione e all’apporto determinante di quelle classi sociali che ora si vorrebbero confinare in una povertà sempre crescente.

La cosiddetta “riforma Gemini” ha avuto finora il principale effetto di bloccare le nuove assunzioni, di rendere i meccanismi di governance dell’università più burocratici e gerarchici, con grande gaudio dei baroni che acquisiscono così nuovi poteri di ricatto, e di prospettare una regionalizzazione degli atenei sempre più alle dipendenze dei potentati politici ed economici locali. Il clima dentro le università è pessimo.

Noi non possiamo arrenderci all’espulsione silenziosa di un’intera generazione di precari che sono stati formati a partire dagli anni ’90. Si tratta, secondo le stime più prudenti, di circa 25mila tra ricercatori e docenti, 60mila secondo le stime più realistiche. Sono preziose risorse sia morali che intellettuali che devono poter essere incluse nelle strutture universitarie ricompensando il lavoro fatto nella ricerca e nell’insegnamento. Sentiamo il bisogno di protestare, così come lo abbiamo fatto fino ad oggi, con gli studenti, i ricercatori e quelle parti del mondo intellettuale e del lavoro che sentono quanto gravi siano le nubi sul futuro del sistema della ricerca e dell’istruzione.

Nei due anni trascorsi i costi della crisi sono stati scaricati sulle fasce deboli della popolazione e gli esiti sono sotto gli occhi di tutti: in tutti i settori i precari vengono mandati a casa, un giovane su tre è disoccupato, la povertà si estende a fasce sempre più vaste della popolazione, le spese in istruzione, ricerca, sanità, servizi sono state drammaticamente tagliate e diritti fondamentali come quelli all’istruzione, alla salute, a condizioni di lavoro dignitose sono quotidianamente compresse. La precarietà è imposta come unica condizione di vita, oggi e ieri a chi è entrato nel mondo del lavoro dopo le riforme neoliberiste introdotte da tutti i governi nell’ultimo quindicennio, domani probabilmente a tutti i lavoratori.

Lo sciopero del 6 maggio arriva in ritardo rispetto alle richieste del movimento autunnale e, nonostante alcune eccezioni fra cui quella dei settori della conoscenza, non sarà celebrato per l’intera giornata. Ciononostante, riteniamo che rappresenti un momento centrale per manifestare la nostra opposizione all’attacco sistematico allo stato sociale, alle condizioni dei lavoratori, precari e non, al diritto all’istruzione, alle libertà di ricerca e di insegnamento.

Per queste ragioni invitiamo i precari delle università ad astenersi da qualunque attività di lavoro il 6 maggio e a partecipare alle proteste che saranno organizzate nelle piazze e nelle facoltà di tutta Italia.

Contro l’erosione dei diritti, contro il precariato.

Coordinamento dei Precari della ricerca e della docenza – Università

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