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COMPRENDERE LA CRISI. PRETENDERE DEMOCRAZIA. Appello per le lezioni sulla crisi e i referendum sugli statuti in tutte le università


Un nuovo anno accademico sta per iniziare, l’università che si presenta agli occhi di quegli studenti che per la prima volta varcano le porte dei nostri Atenei è un luogo sempre più svuotato delle sue funzioni principali, dove la stessa ragione sociale della sua esistenza, la possibilità di sviluppare una didattica di qualità e aperta a tutti e una ricerca libera, viene messa in discussione.

L’applicazione della riforma Gelmini e i tagli di Tremonti delineano un processo di distruzione dell’università pubblica, di precarizzazione estrema della ricerca, di smantellamento del diritto allo studio. Il piano ormai chiaro – e in larga misura condiviso in maniera bipartisan – è creare un sistema di “eccellenza” blindato, caratterizzato da numero chiuso e didattica non retribuita, le cui anime siano lo sfruttamento del lavoro intellettuale, sia esso fornito da personale precario o di ruolo, e la competizione. Il blocco delle carriere e del reclutamento, l’espulsione di migliaia di precari dalle università, l’accentramento dei poteri decisionali nelle oligarchie baronali sta riducendo gli spazi di democrazia negli atenei, tutto questo mentre il numero degli iscritti all’università è in costante ribasso, il diritto allo studio vuole essere trasformato in un sistema di prestiti d’onore caratterizzato dall’indebitamento precoce, gli economisti studiano ricette sempre nuove per scaricare il finanziamento pubblico all’università sugli studenti chiedendo loro di pagare rette di 10.000 euro l’anno, e il mercato del lavoro è un deserto di precarietà.

A questo processo i Rettori collaborano alacremente: a luglio la Conferenza dei Rettori (Crui) ha chiesto al ministro Gelmini la libertà di alzare indiscriminatamente le tasse agli studenti, rimuovendo il vincolo che impone un tetto massimo pari al 20% del finanziamento statale, di poter superare la stessa Legge 240 per utilizzare gratuitamente i ricercatori di ruolo per la didattica, di eliminare il limite di 40.000 euro di reddito annuo ai lavoratori autonomi al fine di offrire contratti di insegnamento gratuito ai ricercatori precari.

Contro tutto questo l’anno scorso noi studenti, dottorandi, ricercatori, professori, precari e strutturati ci siamo opposti con forti mobilitazioni dentro e fuori gli atenei, salendo sui tetti, occupando monumenti, rendendoci indisponibili, gridandolo nelle strade delle nostre città. In piazza c’erano soprattutto due generazioni: dai ventenni ai quarantenni, le stesse generazioni che sono da tempo estromesse dalla società e dalla politica italiane.

Riconosciamo come l’attacco all’università pubblica non sia un fatto isolato, ma al contrario inserito all’interno del contesto di crisi economica, sociale e democratica che le nostre generazioni stanno vivendo.

Una crisi che mette in luce come l’attuale modello di sviluppo economico abbia come sola guida la ricerca del profittoe come orizzonte temporale l’apertura e la chiusura dei mercati finanziari. In questi mesi stiamo assistendo alle catastrofiche conseguenze di politiche economiche iperliberiste fondate su una competizione senza limiti né regole, che si traducono in sfruttamento indiscriminato: crisi ambientale ed energetica, esaurimento delle risorse naturali e alimentari, impoverimento della solidarietà sociale, mercificazione dei diritti fondamentali, strapotere di banchieri e finanzieri e speculatori, povertà, disoccupazione e precarietà sono solo alcuni di questi aspetti.

Parliamo di un modello di potere basato sulla speculazione e sulla ricchezza di pochi e non sul benessere di tutti. Come un Robin Hood al contrario, invocano l’eliminazione di diritti e libertà ai deboli per garantire ricchezze e potere ai forti. È lo stesso modello di sviluppo occidentale che entra in crisi, cercando disperatamente di salvarsi a spese dei paesi emergenti e nello stesso tempo spingendoli a fare gli stessi errori.

Noi non vogliamo rassegnarci a questa crisi né accettare passivamente quello che le banche centrali, le agenzie di rating, i grandi istituti di credito internazionale vogliono imporre a tutti i cittadini senza alcun controllo

In questa grave crisi il mondo della conoscenza ha il dovere di parlare con la società tutta e di aprire un dibattito collettivo, condividendo gli strumenti per capire cosa sta realmente avvenendo dietro la cortina fumogena dell’informazione pilotata e delle ricette degli economisti ultraliberisti, per fornire una lettura diversa e provare a suggerire soluzioni alternative.

Proponiamo quindi al mondo della conoscenza di andare a parlare della crisi non solo nelle università, ma anche nelle piazze nei giorni dal 10 al 14 Ottobre, precedenti la Manifestazione “United for Global Change” del 15 ottobre a Roma.  Crediamo che questo modello di crescita senza limiti sia giunto al capolinea e stia divorando se stesso: è venuto il momento di usare la conoscenza come bene comune volto ad inventare nuovi modelli di vita che utilizzino i saperi e l’intelligenza collettiva per la valorizzazione della persona in tutte le sue forme.

In questa settimana di lezioni in piazza vogliamo non solo parlare della crisi nei suoi vari aspetti, ma anche continuare un processo partecipato di discussione in cui ribadire che la conoscenza è uno scambio che non conosce divisioni categoriali e che non può quindi rimanere confinato entro le mura di un’istituzione, ma deve vivere nella società, nelle strade e nelle piazze.

Ma la crisi economica non è solo questione di numeri. Lo diciamo dal 2008, dall’inizio del palesarsi della crisi: la crisi economica è prima di tutto crisi democratica. In questi anni abbiamo assistito  ad una riduzione degli spazi di discussione, di critica, di dissenso. La crisi è stato il pretesto per cancellare la democrazia dai luoghi di lavoro, dalle università, dalle piazze. Dai NO dei lavoratori di Pomigliano e Mirafiori ai referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua e contro il nucleare, il tentativo di riprendersi la parola, di riappropriarsi della possibilità di decidere, portato avanti da chi subisce un attacco ai propri diritti, è stato il filo conduttore che ha unito le tante lotte dello scorso anno.

Durante il corso dell’autunno porteremo questo modello di democrazia partecipata dentro gli atenei. Organizzeremo referendum autogestiti, come già è avvenuto a Bologna, Torino, Milano e Perugia per consentire a tutti coloro che vivono nelle università di esprimersi sulle riforme statutarie che negli ultimi mesi stanno coinvolgendo gli atenei italiani. Crediamo che tutti, dal personale di servizio al ricercatore precario, dallo studente al professore abbiano il diritto di esprimere le loro opinioni sugli statuti del Ministro Gelmini, perché la conoscenza non può essere normata dall’alto da un rettore-manager, ma deve darsi un’organizzazione condivisa, secondo modalità che consentano di decidere insieme di quale tipo di università e di conoscenza abbiamo bisogno.

Noi non partiamo da zero. Vogliamo ripartire da un’altra università, quella che ha affermato la propria determinazione etica nelle mobilitazioni dello scorso autunno, trasformando l’intelligenza collettiva in un processo partecipato di creazione sociale e politica da cui parta il mondo che vogliamo. Per questo invitiamo tutte e tutti coloro che in questi mesi hanno lottato per un cambiamento a partecipare a tutte le iniziative che abbiamo intenzione di organizzare perché crediamo che solo ripartendo dal mondo della conoscenza e ripubblicizzando i saperi si possa creare un’alternativa a questo modello di non-sviluppo economico e sociale.

CoNPAss – Coordinamento Nazionale Professori Associati

CPU – Coordinamento Precari Università

LINK – Coordinamento Universitario

Rete 29 Aprile – Ricercatori per un’Università libera, pubblica e aperta.

 

Risposta Marco Meloni (PD)

Ho letto con attenzione il vostro appello “Comprendere la crisi, pretendere democrazia”, con cui annunciate una mobilitazione che, a partire dalla protesta contro la legge Gelmini e i tagli praticati dal governo in questi anni ai danni dell’università e della ricerca, si rivolge alla “crisi economica, sociale e democratica” che pesa drammaticamente sul nostro Paese – e che colpisce in particolare le generazioni più giovani – attraverso quattro giorni di iniziative che dovrebbero avere ad oggetto il coinvolgimento democratico attorno all’attuazione negli atenei della Legge 240 e le “lezioni sulla crisi”, facendo della conoscenza un bene comune che si propone di uscire dall’istituzione accademica e di fornire strumenti di comprensione della crisi medesima.

 

Considero questo approccio del tutto condivisibile, tanto che noi del Partito Democratico abbiamo cercato di attuarlo, in diversi modi. Nella nostra attività parlamentare, anzitutto: tra i nostri emendamenti che miravano a migliorare un provvedimento che pur abbiamo contrastato in radice – sia nel merito, trattandosi di una falsa riforma che centralizza e burocratizza il sistema universitario, e verticalizza il governo degli atenei, sia in quanto si tratta solo di una parte di un intervento di ridimensionamento del sistema universitario, realizzato in modo assai più pesante con i tagli operati dal governo a partire dal 2008 – vi erano, infatti, quelli che affidavano alla decisione democratica delle comunità accademiche l’elaborazione dei nuovi Statuti, pensando ad essi come un momento fondativo di atenei realmente autonomi (questo era il senso di altre nostre proposte) e responsabili del loro operato secondo criteri oggettivi e trasparenti.

 

Anche l’obiettivo di fare dell’università un luogo centrale di comprensione di quanto accade, di elaborazione di proposte operative, di creazione di movimenti politici e civili è del tutto condivisibile, e rappresenta una ri-appropriazione, da parte dei luoghi di elaborazione del sapere, di una loro funzione naturale. Sul contenuto delle idee e delle proposte, il confronto libero e critico è altrettanto naturale, ma certo chiunque apra questi dibattiti – a maggior ragione esprimendo ansie del tutto giustificate e ponendosi obiettivi in linea di massima condivisibili, come nel vostro caso- contribuisce a ridare all’università la dignità e il ruolo che merita.

 

La base su cui si fonda il vostro appello è il riconoscimento che l’università e il mondo della conoscenza si trovano a essere da un lato l’oggetto primario dell’attacco ai fondamenti della società democratica, quando dall’altro dovrebbero svolgere concretamente la funzione di “bene comune”, condividendo con la società gli strumenti per capire “cosa sta realmente accadendo”. Condivido ancora.

 

Ma osserviamo più da vicino le ragioni per cui è corretto – anche a mio avviso – denunciare con forza l’attacco al sistema dell’istruzione. Voi sostenete che i punti principali nei quali tale attacco si manifesta sia costituito da tre aspetti: la distruzione dell’università pubblica, la precarizzazione della ricerca e il diritto allo studio. Poiché abbiamo impostato la nostra posizione, prima e dopo l’approvazione della legge Gelmini, su ciascuno di questi tre aspetti – studenti, qualità della carriera docente, sistema – provo a richiamare le posizioni del Partito Democratico, anche con riferimento ad alcune delle questioni più tecniche riprese nel vostro appello.

 

Cominciamo dal diritto allo studio: per noi questo tema è centrale, e rappresenta una vera emergenza.  Ricordiamo che in Italia gli studenti che beneficiano di borsa di studio sono appena il 9% del totale degli iscritti, mentre in Francia, Germania e Spagna la ricevono, rispettivamente il 26%, 28% e 21% degli studenti, e che il finanziamento statale passa da 246 milioni del 2009 a 13 (tredici) nel 2013. Per questo abbiamo sia cercato di denunciare il rischio della sostanziale cancellazione del diritto allo studio, sia proposto che nella legge fossero indicati chiaramente alcuni vincoli per il legislatore delegato (la norma, come è noto, nella L. 240 è oggetto di una delega legislativa): borse di studio a tutti gli aventi diritto (sembrerebbe un’ovvietà, purtroppo, invece, molti aventi diritto non possono fruirvi), assistenza sanitaria, trasporti, alloggi per gli studenti. Un vero e proprio welfare studentesco. Abbiamo proposto un piano straordinario per le residenze universitarie. L’obiettivo del diritto allo studio dovrebbe essere dare mobilità agli studenti, ovvero la libertà per gli studenti di scegliere l’ateneo nel quale iscriversi, eliminando i costi indiretti.

 

Con riferimento alla carriera docente, che consideriamo centrale perché chi ne ha vocazione e volontà possa spendere la sua vita per la missione essenziale di fare ricerca e insegnare all’università, abbiamo presentato proposte precise e articolate nel corso dell’iter parlamentare della legge e, in seguito a un costante confronto con organizzazioni di ricercatori, professori, precari della ricerca, comprese alcune delle vostre, che trovate riassunte qui. Obiettivi di fondo: assicurare che il rapporto tra docenti in ruolo e studenti sia migliore (al contrario di quanto molti pensano, abbiamo meno docenti di quanti sarebbero necessari già per l’attuale numero degli studenti) ed evitare che l’accesso alla carriera sia lunghissimo e incerto e, dunque, appannaggio principalmente di chi ha le risorse, economiche o relazionali, per affrontare questo rischio. Le politiche di questo governo, e la legge Gelmini, fanno il contrario, come ormai è evidente: tasso di sostituzione minimo se non inesistente per i numerosissimi docenti che vanno in pensione, espulsione dal sistema di decine di migliaia di precari (ai quali non si dà la possibilità di un concorso), nessuna prospettiva seria di carriera – in seguito a concorso – per gli attuali ricercatori (ricordiamo che nel dibattito parlamentare il numeretto magico agitato dal governo era 9.000, ora sono 1.500, appannaggio solo degli idonei ai vecchi concorsi), accesso alla carriera privo di qualsiasi regola certa, con l’inganno della tenure track all’amatriciana, nient’altro che precariato mascherato (gli addetti ai lavori sapranno che i posti finora banditi finora sono così ripartiti: 101 contratti di tipo A, 2 (due, sì) di tipo B). In più, il ritardo nell’attuazione della riforma e la contraddittorietà di alcune norme fa sì che alcune garanzie fondamentali, inserite nella legge grazie a emendamenti del PD, siano disattese. Tra queste, ricordiamo l’impossibilità di affidare incarichi o contratti di insegnamento a titolo gratuito o quasi, o quella di affidare ai ricercatori insegnamenti senza compensi suppletivi, entrambe sostanzialmente disattese. Sulla posizione della CRUI: fin dallo scorso anno abbiamo chiesto ai rettori di rinunciare a rimpiazzare i ricercatori che, legittimamente, rinunciavano all’attività didattica con docenti a contratto, e denunciato la prassi di affidare contratti di insegnamento a titolo gratuito. Abbiamo proposto – anche attirando dure critiche da buona parte del mondo accademico e dell’opinione pubblica, impreparati entrambi all’idea che si possa mettere in discussione chiunque detenga posizioni consolidate – di promuovere un vero ricambio generazionale nella classe docente, attualmente la più “anziana” al mondo, allineando alla media degli altri paesi l’età di pensionamento dei docenti e sostituendo integralmente i punti organico liberati con nuovi docenti e ricercatori.

 

Ho già richiamato alcune proposte rispetto al processo di adozione degli atti (Statuti e regolamenti) relativi al governo degli atenei. Abbiamo chiesto, in tutte le sedi, di dare un significato concreto alle parole “autonomia” e “valutazione”, affidando le risorse in base alla qualità della ricerca e della didattica e agli obiettivi di coesione del sistema, che deve essere promosso in modo equilibrato su tutto il territorio nazionale. Più in generale, abbiamo sostenuto la necessità di regole chiare: per la nomina degli organi di governo degli atenei, per la ripartizione delle risorse e per la stesura di accordi di programma, veri grimaldelli che consentono di differenziare gli atenei sottoposti all’oppressivo controllo centralistico previsto della legge da quelli che, invece, possono esercitare pienamente la loro autonomia e che, attualmente, sono affidati alle trattative private tra ministro e rettori, senza alcuna regola né trasparenza sugli obiettivi di sistema perseguiti.

 

In termini generali, abbiamo mantenuto alcuni punti fermi. Abbiamo voluto rimarcare costantemente l’errore di fondo (voluto o meno, noi crediamo di sì) del governo, che nel 2008  ha preferito il salvataggio Alitalia, l’abolizione dell’ICI agli investimenti nell’università, al contrario di quanto hanno fatto altri Paesi europei, Francia e Germania in primis: da noi disinvestimento per 1 miliardo su 7, da loro nuove risorse per oltre 10 miliardi ciascuno.

 

Abbiamo voluto criticare con forza quella retorica della riforma che ha portato a una violenza linguistica infarcita di parole come “merito”, “talenti”, “baroni”, per coprire un disegno centralistico, iperburocraticista e di graduale disinvestimento dell’università pubblica.

 

Abbiamo lavorato per svelare il reale disegno di questa destra: diminuire il livello d’istruzione dei giovani italiani, sostituendo all’analisi dei dati oggettivi – che ci dicono chiaramente che siamo indietro rispetto a qualsiasi statistica, su base europea o OCSE – e la retorica del “lavoro manuale” e dei “troppi laureati” come via d’uscita dalla crisi. L’unica visione con cui il governo Gelmini-Tremonti si è presentato alle giovani generazioni è la caduta delle aspettative. Così, su indicatori chiave quali l’abbandono scolastico e il numero dei laureati, i documenti ufficiali presentati dal governo in Europa assegnano al nostro Paese obiettivi per il 2020 inferiori alla media europea del 2010. È proprio così: secondo loro tra 10 anni non dovremmo neppure puntare a raggiungere il livello medio europeo attuale. Nel dettaglio, gli obiettivi per il 2020 sono il 16% di tasso di abbandono scolastico (ora siamo oltre il 18%, la media UE è sotto il 14%), il 26/27% di laureati (siamo poco sopra il 20%, la media UE è oltre il 32%). Un disegno di disinvestimento, ridimensionamento, impoverimento e sostanziale annullamento della mobilità sociale – e dunque dell’equità e della corretta valorizzazione di talenti e vocazioni – che è stato perseguito pervicacemente e con indubbio successo, visto che le immatricolazioni negli ultimi anni calano in modo allarmante e gli studenti italiani sono, in Europa, quelli che credono meno all’utilità dello studio.

 

Abbiamo sempre considerato complementari tra loro da un lato l’azione parlamentare di opposizione alla riforma e le proposte alternative di intervento e dall’altro il nostro impegno e il ruolo dei partiti non rappresentati in Parlamento, così come la mobilitazione di studenti e ricercatori, i quali, pur essendo i soggetti meno liberi nel sistema universitario, hanno costantemente affiancato protesta e proposte e soprattutto hanno avuto la capacità di “risvegliare” l’opinione pubblica dal torpore su una delle principali questioni che interessano il futuro del nostro Paese.

 

Abbiamo sempre dialogato, in molti casi trovandoci d’accordo con le proposte di altre forze di opposizione e di movimenti rappresentativi del mondo universitario, in qualche caso formulando proposte differenti. Ma prendendo sempre sul serio gli argomenti prospettati, portando rispetto per gli interlocutori, spiegando pubblicamente le ragioni delle nostre posizioni.

 

°°°

 

Tutto ciò premesso, ora leggo nel vostro appello che questo disegno che ho cercato di descrivere e contestare, anche in questa sede, sia nell’impianto complessivo sia nel merito di alcune questioni, sarebbe “in larga misura condiviso in maniera bipartisan”. Se, come è normale presumere, per ciò si intende un consenso del Partito Democratico (e delle altre forze di opposizione) rispetto alle politiche di questo governo, non posso nascondere un forte disagio e un fermo dissenso. Considero questa affermazione, infatti, al contempo un’offesa e una mistificazione della realtà.

 

Si tratta di un’offesa nei confronti delle persone che, mantenendo sempre aperto il dialogo con voi e altri movimenti, si sono impegnate con il Partito Democratico per difendere le esigenze dell’istruzione pubblica in Parlamento; degli studenti e dei ricercatori che hanno portato il loro punto di vista in tanti nostri appuntamenti – Forum Università e ricerca del PD, Feste democratiche, gruppi di lavoro tematici – condividendo costantemente una riflessione sulla crisi dell’università e del Paese.

 

Si tratta di una mistificazione della realtà nei confronti dell’opinione pubblica che rischia di creare artificiosamente uno scontro che non esiste, fondato sul paradigma dell’assimilazione di tutta la “classe politica”, che si contrapporrebbe all’interesse generale alla difesa dell’istruzione e dell’università. Viviamo un momento drammatico per la vita culturale e civile del Paese, nel quale le conseguenze del considerare “tutti uguali” – su questo come su altri temi – rischiano di essere molto negative. Non siamo tutti uguali, ed è evidente a tutti – tranne che ai mezzi di comunicazione di proprietà della famiglia Berlusconi, ovviamente ben poco disinteressati – che ciascuna forza politica ha le sue idee, i suoi meriti e le sue responsabilità. È un punto dirimente: il tentativo di assimilare tutti nella responsabilità di questa crisi ha l’evidente conseguenza di evitare di entrare nel merito delle questioni e di trovare nel sistema democratico – mutato, rigenerato, come sempre nella storia delle democrazie – le vie d’uscita alla crisi medesima. L’esito – gli esempi non mancano – molto spesso è rappresentato da soluzioni da destra populista, che non mi pare siano ciò di cui il nostro Paese ha bisogno. Dunque si tratta, a mio avviso, anche di un errore politico.

 

Per questo, consentite la franchezza, così come abbiamo sempre avuto rispetto per le vostre opinioni – un rispetto che intendo dimostrare anche ora, rispondendo nel merito alle vostre affermazioni – intendiamo continuare a dialogare e a confrontarci solo a condizione di avere da voi altrettanto rispetto. Per noi, per la verità oggettiva dei fatti, per le persone che rappresentate, per l’opinione pubblica.

 

Discutiamo insieme dell’università e della ricerca, della crisi e delle vie per uscirne, del debito pubblico, della crescita e dell’equità sociale e generazionale. Discutiamone con rispetto e senza fare caricature. Confrontiamoci con l’ampia questione democratica, nel nostro Paese, in Europa e nel mondo ma senza accantonare le necessità impellenti degli atenei, del diritto allo studio, della retribuzione dei ricercatori. Parliamo di futuro, soprattutto: il Partito Democratico punta, col contributo di tutti, a presentare le sue proposte nella Conferenza nazionale dell’Università e della Ricerca. La nostra idea è che sia necessario ricostruire il Paese dalle fondamenta: legalità e democrazia da un lato, istruzione e conoscenza dall’altro. Su queste fondamenta possiamo riprendere a costruire una stagione di crescita ed equità. Ci attendono scelte difficili: mettiamoci al lavoro insieme per comprendere e agire, assumendoci in pieno le nostre rispettive responsabilità e portando, anche nel nostro confronto, la chiarezza e la civiltà che può partire solo dall’affermazione, prima di tutto, della verità dei fatti.

 

Marco Meloni – responsabile Università e ricerca segreteria nazionale PD

 

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