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UNIVERSITY RISE UP. Comunicato del CPU sulla manifestazione europea del 15 Ottobre


Il problema non è solo che l’Italia è fra gli ultimi paesi dell’OCSE per investimenti in scuola, università e ricerca (4,4 % contro un media del 6,1%).

Il problema è anche che, fino al 2008, ad un esile aumento dei costi del sistema ha corrisposto un’università frazionata in feudi, senza il senso di missione comune, a rimorchio di un’idea aziendalistica e, proprio per questo, sempre più gerarchizzata e amorale.

Oggi questa università viene attaccata frontalmente per demolire gli ultimi residui di quel senso di una missione pubblica. L’attacco alle giovani generazioni che studiano (azzerando i fondi per il diritto allo studio) e a quelle che operano nell’università è spietato e sta avvenendo in un silenzio surreale. Esso si manifesta non solo in una generale delegittimazione dello studio e della ricerca, ma anche in un blocco quasi totale del reclutamento e delle prospettive future.

Rispetto ad una massa di almeno 35ooo ricercatori precari, le uniche assunzioni che si prevedono per gli anni a venire (in barba alle promesse di 9000 posti riservati agli attuali ricercatori a tempo indeterminato) sono quelle dell’immissione in ruolo di 1500 professori associati idonei vincitori di concorso; e questo mentre i pensionamenti proseguono alla media di 2000 ordinari e 600 associati l’anno.

La presunta tenure track esaltata dai sostenitori della “riforma” Gelmini ha avuto, come era prevedibile, ben poco successo: fino ad oggi su 103 bandi per ricercatori a tempo determinato pubblicati dalle università italiane solo 2 prevedono la possibilità di assunzione finale, mentre gli altri 101 sono meri contratti precari destinati a finire nel nulla.

Gli assegni che tenevano viva la ricerca nelle università vengono drasticamente ridotti da Sud a Nord: all’università della Calabria gli assegni di ricerca sono passati 246 nel 2009 a 69 nel 2011, all’università di Padova da 651 nel 2010 a 529 oggi; all’Università di Torino da 607 nel 2009 a 375 nel 2011.

E’ una strage silenziosa alla quale si può rispondere da un lato chiedendo che tutti i risparmi dei pensionamenti vengano investiti per offrire possibilità ai giovani meritevoli, dall’altro impegnandosi da dentro le università per ridare dignità alla ricerca e allo studio facendo partecipare tutte le componenti alla gestione di progetti di ricerca, al governo degli atenei, al dibattito sulla missione futura delle università nel mondo in crisi.

Questi sono solo alcuni dei motivi per i quali il Coordinamento Precari Università (CPU) aderisce alla manifestazione del 15 ottobre a Roma – appuntamento piazzale Aldo Moro ore 12.00 – in cui si protesta in tutta Europa e nel mondo contro la via dell’austerità e della privatizzazione proposta dalle banche centrali, nella convinzione che i beni comuni come l’università non vadano smantellati ma anzi rilanciati e profondamente cambiati in senso partecipativo per renderli più democratici e innovativi.

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