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Una lettera dopo il #15Oct a Roma – Sulla nostra coazione a ripetere


La giornata di ieri va analizzata. Confrontarsi è il miglior modo per fare le scelte giuste da qui in avanti.

Ho vissuto molti confronti di piazza. Quello di ieri era impressionante solamente per il numero di persone che vi hanno partecipato, o meglio, che erano venute con l’intenzione specifica di fare quello che hanno fatto.

Quindi non mi sono stupito più di tanto. Come scrive WM1: “a me sorprende, davvero, che fino a oggi pomeriggio qualcuno si aspettasse qualcosa di diverso, dopo il 14 dicembre 2010. È andata com’era ovvio che andasse”.

Ma una cosa che mi ha stupito c’è stata. Sono stati alcuni dei miei compagni. E con loro buona parte della “sinistra” istituzionale di questo paese. La loro reazione, come quella di una buona parte del corteo, è stata quella dell’indignazione (ma guarda un po’…) per chi “rovinava” il loro corteo.

La prima esigenza, quella di stomaco, è stata di voler gridare a tutti: “io con questi non c’entro”. Cosa significa questa esigenza viscerale? Intendo in termini politici. Cosa ci dice?

Ci dice che chi ha avuto questa reazione si pone naturalmente nella meta-posizione della “manifestazione”, nella meta-interpretazione del corteo, insomma ci dice che per lui il corteo di ieri aveva un significato, doveva esprimere una politica comune, e che questa è stata rovinata da qualche centinaio di incappucciati.

Questa meta-posizione è però una posizione impossibile, immaginaria. Un’illusione frutto legittimo degli ultimi 10 anni di manifestazioni, che potevano essere legittimamente interpretate in questo modo. Ma dal 14 dicembre 2010 non è più così. Oggi ci sono migliaia di persone (il Corriere dice 2000, Repubblica 3000) che esprimono la propria frustrazione facendo guerriglia urbana. Prendo ancora le parole di WM1:

“Rendiamoci conto di una cosa: non ci sarà mai più una “manifestazione nazionale di movimento” che non includa quel che abbiamo visto oggi. Quando si sceglierà quel format, si acquisterà sempre il “pacchetto completo”. C’è una rabbia sociale talmente indurita che non la scalfisce un martello pneumatico, e due generazioni allo sbando completo, derubate di futuro e furibonde, tutte pars destruens, prive di fiducia nei confronti più o meno di chiunque.
La narrazione degli infiltrati, vera o falsa che sia, è consolatoria e diversiva. Anche se degli infiltrati ci fossero, avrebbero ben poco lavoro da fare. Migliaia di persone sono disposte allo scontro, è questo che non si vuole vedere”.

La posizione di chi sente impellente il bisogno di giustificarsi (rispetto agli altri ma soprattutto rispetto a se stesso, credo) è uno dei nostri problemi. Perché sposta l’attenzione.

La domanda non è “con chi stai”? Questa è una domanda facile, assolutoria, passiva, in parte narcisista. La domanda è “cosa fai”? Cioè, come lavori politicamente dentro questo scenario per far sì che la frustrazione sociale non si esprima con i riot ma con potenza politica che cambia le cose?

Ieri, come il 14 dicembre, bisognava essere a Roma, tenere le antenne alzate… e la domanda da porsi in mezzo al bordello non avrebbe dovuto essere “come mi rapporto io a questo evento” (come mi salvo l’anima?), ma “e adesso come si fa”? (cosa questo evento mi dice rispetto a come ci dobbiamo comportare in futuro?).

Poco importa se queste migliaia di persone le consideriamo teppisti, “compagni che sbagliano”, black blok o giovani guerrieri. Ci sono, punto. E l’innalzamento del livello dello scontro di questo pezzo (minoritario ma consistente) è come la punta dell’iceberg, è quello che si vede, ma sotto tutto l’iceberg è salito di un gradino.

Non bisogna credere alle fandonie su una generazione intera che diventa nichilista e si dà alla violenza. Ma non bisogna nemmeno sottovalutare che chi oggi ha 20 anni, vede davanti a sé questo modo concreto di esprimere conflitto. Sa che negli ultimi 10 anni di piazze se ne sono riempite come non mai (milioni addirittura) e che questo semplice fatto non ha cambiato assolutamente nulla.

Il Corriere di oggi (molto buono, a segnare il fatto che i padroni non hanno il problema di accreditarsi e possono analizzare lucidamente i problemi) fa una mappa dei violenti, tra gli altri: Napoletani di Terzigno, militanti della Val di Susa, frange di San precario, ultrà dello stadio, ecc. Certo, dividere così in modo netto è una semplificazione, ma cosa hanno in comune i pezzi citati? Sono tutti figli di sconfitte politiche: la lotta contro una discarica che ha continuato a funzionare, la lotta contro una galleria che si farà, la lotta contro la precarietà (non ne parliamo), la lotta contro la tessera del tifoso.
Non sto dicendo che i grandi movimenti innescatisi su questi temi siano violenti, ma che da questi temi, ovvero dalle sconfitte politiche, dalla mancanza di risposta a una mobilitazione prolungata e infine perdente, viene anche la possibilità, per una minoranza, di uscirne con la rabbia della distruzione.
Sono processi inconsci, non certo razionali (non abbiamo a che fare con un sedicenne che razionalmente ragiona così: “le mie battaglie democratiche non funzionano, allora forse è il caso di passare alla violenza”), ma che riguardano le opzioni reali rispetto a come investire la propria voglia di cambiamento, e anche la propria rabbia.

Io credo che chi si è formato politicamente negli ultimi 10 anni abbia un’esperienza diversa, abbia avuto una socializzazione politica diversa, che si porterà dentro probabilmente per sempre. Questo non è per forza un bene, visto che le cose cambiano e i vecchi ferri del mestiere non funzionano più (il 14 dicembre il corteo scavalca gli organizzatori, ieri addirittura i pezzi organizzati di movimento erano da tutta un’altra parte).
Ma il salto lo dobbiamo fare noi, non i “giovani teppisti”. Dobbiamo prospettare uscite politiche alla situazione di stallo e inconcludenza (della “sinistra” e dei movimenti). La condanna senza appello che serve solo a salvare la propria anima è la reazione più lontana da questo percorso di uscita comune.

La sinistra “istituzionale”, da parte sua, ha riprodotto questo sentimento della “dissociazione” in termini ancora più sconfortanti. Si legge nella loro ansia di dichiarazioni all’Ansa la necessità di giustificarsi, figlia dell’eredità più nefasta del PCI, quella che li fa sentire in dovere di scusarsi, data dal sentimento di inadeguatezza e di necessità di riconoscimento da parte di chi invece al potere ci sta (una cosa che viene dal ’77 e dalla peggior tradizione migliorista del PCI).

Al contrario, le dichiarazioni della destra e dei tecnocrati europei si concentrano sul problema (loro non devono giustificarsi di certo):

Draghi:
“Se siamo arrabbiati noi per la crisi, figuriamoci loro che sono giovani, che hanno venti o trent’anni e sono senza prospettive”
“Se la prendono con la finanza come capro espiatorio. Ma li capisco: hanno aspettato tanto. Noi, all’età loro, non lo abbiamo fatto”
E dopo gli scontri un semplicissimo: “Un gran peccato”
Chiunque abbia la volontà di rappresentare un’opzione politica di sinistra in risposta a questo macello non dovrebbe dire: ci sono stati due cortei, i buoni e i cattivi. Dovrebbe invece prendere il toro per le corna e dire “cari miei, abbiamo un problema, e l’unica uscita a questa spirale di radicalizzazione e rabbia è un governo di sinistra, in dialettica con i movimenti, che dia risposte radicali alle domande radicali”. Dovrebbe dire ai Draghi di turno: “puoi anche capirli questi giovani, ma con le tue ricette te li troverai sotto casa a incendiarti il portone. Siamo noi con la nostra redistribuzione della ricchezza e le nostre scelte radicalmente altre rispetto al liberismo che salveremo la baracca”. Non mi pare però il centrosinistra che si prospetta all’orizzonte, ma non è ancora detto.
Dal dirlo al farlo ci passa un mare… ma almeno non inciampiamo al primo gradino.

Michele Filippini

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  1. elia vetrano
    18 ottobre 2011 alle 10:16

    una analisi lucida e senza pecche assolutamente condivisibile

  2. 18 ottobre 2011 alle 14:53

    “chi oggi ha 20 anni, vede davanti a sé questo modo concreto di esprimere conflitto. Sa che negli ultimi 10 anni di piazze se ne sono riempite come non mai (milioni addirittura) e che questo semplice fatto non ha cambiato assolutamente nulla”. concordo, questo mi pare un punto centrale…

  3. guido
    18 ottobre 2011 alle 16:03

    Grande analista che lodi la lucidità del Corriere non ti passa neanche un po’ per la testa che infilandoci dentro Terzigno (quasi acqua passata), ma soprattutto la Val Susa s’indichi -su ordine e interesse di chi comanda, trovano ubbidiente l’intera classe politica- quei posti, come resistenza vera di popolo, l’obiettivo da colpire, obiettivo vero, mica i piccoli diabolik che si sono visti in “eroiche” azioni lungo il corteo (e non parlo di quelli di S.Giovanni)? Un’analisi troppo vecchia, vero?

  4. 20 ottobre 2011 alle 14:54

    Cari tutti, anche nel ’77 partimmo con qualche violento che sfasciava le vetrine …
    Altri commenti interessanti li trovate a http://vaccaricarlo.wordpress.com/2011/10/17/15-ottobre-15o/

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