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Osservazioni del CPU sui regolamenti in materia di reclutamento Ricercatori a Tempo Determinato (RTD)


Nella maggior parte degli atenei si stanno discutendo e approvando ora i regolamenti per le procedure di reclutamento dei futuri Ricercatori a tempo determinato (RTD). Si tratta di una fase molto delicata nella quale si definiscono norme essenziali per il futuro di tutti i precari.

Occorre evitare che i nuovi ricercatori siano semplicemente degli assegnisti di ricerca sotto altro nome e che la loro scelta avvenga secondo criteri esclusivamente localistici.

Per facilitare tutti nelle discussioni che avvengono ateneo per ateneo, eccovi alcuni punti sui quali è importante che l’attenzione non cali.

Progetti di ricerca

In molte bozze gli Atenei cercano di inserire nei requisiti dei bandi la possibilità di un’eventuale indicazione di uno specifico progetto/programma di ricerca (o dei programmi/progetti) cui sarebbe collegato il contratto. La motivazione addotta è spesso che una formulazione del genere viene incontro ai finanziamenti privati che gli atenei dovranno cercare di catturare.

E’ inopportuno invece che si possa indicare qualcosa di più specifico del Settore Scientifico Disciplinare (SSD) sui si riferisce il bando.

Perché siamo contrari?

Se con l’espressione “specifico progetto/programma” si intende un tema di ricerca ben circoscritto e individuato da un titolo, temiamo che inserendo questa espressione si rischi di favorire la costruzione di bandi ad personam, sulla falsariga dei bandi per gli assegni di ricerca.

Allo stesso tempo, una formulazione del genere rivela una concezione dei RTD più simile agli assegnisti di ricerca che non ai ricercatori veri e propri, in grado di portare avanti autonomamente le proprie ricerche. L’idea è in contrasto con il principio di libertà della ricerca enunciato dalla Carta Europea dei ricercatori, nella cui sezione 2 (“Codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori”) si legge che i bandi “non dovrebbero richiedere competenze così specifiche da scoraggiare i potenziali candidati”. La stessa legge 240/2010 (art. 24, c.2, punto a) non prevede la menzione nei bandi di progetti specifici di ricerca, richiamandosi ai principi della Carta Europea dei ricercatori e prevedendo soltanto la possibilità di definire un “eventuale profilo esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari”.

Lingua straniera

Secondo la legge 240/2010 la prova orale di lingua è obbligatoria e l’unico elemento di discrezionalità lasciato agli atenei è la scelta della specifica lingua. In molte bozze di regolamento, invece, la prova linguistica sembra essere soltanto “eventuale”.

Da evitare che, come si legge in alcuni bandi, venga richiesto di presentare specifici attestati di conoscenza di alcune lingue straniere.

Titoli di accesso

Non devono essere posti limiti assoluti di età per partecipare ai bandi, né alcun limiti temporale a partire dalla data del conseguimento di titoli quali la Laurea o il Dottorato di ricerca.

Composizione delle commissioni e criteri di valutazione

La legge 240/2010 non si esprime in merito alla composizione delle commissioni. Ogni Ateneo, di conseguenza, sembrerebbe essere autonomo nello stabilirne i criteri. In alcune università si è provato a fare commissioni dove il rapporto tra componenti interni e componenti esterni all’Ateneo fosse sbilanciato a favore dei primi. Noi riteniamo però che la presenza di 2 componenti “esterni” garantirebbe maggiore trasparenza alle procedure selettive e sarebbe un segno di continuità con la precedente legislazione (D.l. n. 180/2008).

Criteri di designazione delle commissioni

Si tratta di una questione particolarmente delicata. Se infatti il dipartimento può scegliere in totale autonomia tutti i componenti “interni” ed “esterni” delle commissioni, ancora una volta per i RTD si riproduce la stessa dinamica degli assegni di ricerca.

I criteri di valutazione adottati dalle commissioni dovrebbero essere sostanzialmente in linea con quelli utilizzati per le procedure di abilitazione di associati e ordinari, e dunque prendere in considerazione parametri e criteri che tengano conto della qualità delle pubblicazioni.

Impegno didattico degli RTD

La legge 240/2010 indica in un minimo di 350 ore di didattica l’impegno didattico degli RTD. A differenza della precedente legge in materia (legge 230/2005), non si esprime però riguardo alla loro articolazione interna (quante ore di lezione frontale e quante invece, ad esempio, di assistenza agli studenti).

A tutela e salvaguardia delle attività di ricerca dei futuri RTD, riteniamo importante stabilire fin dai regolamenti il numero massimo e l’articolazione delle ore complessive di attività didattica frontale. Ci sembra ragionevole proporre che tali ore possano conteggiarsi in 60 ore massime di lezione frontale integrativa funzionali all’attività di ricerca e 290 ore di attività di preparazione lezioni, ricevimento/assistenza a studenti, relazioni e correlazione di tesi.

Durata dei contratti RTD

Come espressamente previsto dalla legge, la durata dei contratti non può mai essere inferiore ai 3 anni (3+2 il TD di tipo A e 3 il TD di tipo B) per evitare che anche il contratto RTD diventi un forma giuridica di rapporto (come l’assegno di ricerca) con scadenze talmente ravvicinate da non consentire nessuna possibilità di sviluppare un’autonoma ricerca. Eventuali disposizioni che consentano di stipulare contratti di durata inferiori sono da considerarsi non rispondenti alla legge e conseguentemente foriere di possibili contenziosi che non sono nell’interesse né del ricercatore, né degli atenei.

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