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All’università arrivano i saldi di fine stagione


A partire dalla crisi del 2008 è cominciato un significativo disinvestimento dal sistema educativo scolastico e superiore. Alla fine, nel pieno dell’attacco speculativo all’Italia, è arrivata anche la stagione saldi.

Difficile ricostruire a partire da quando sia cominciato il lento declino del nostro sistema di istruzione superiore dalla seria A alla serie B dell’Europa.

Certo vi ha contribuito la riforma del “3 più 2” che partiva dall’idea che riformare l’università significasse semplicemente far laureare qualche anno prima i giovani avvicinandoli in questo modo al mondo del lavoro. Così come ha contribuito al declino anche la moltiplicazione dei corsi di laurea e delle sedi distaccate, processo attraverso il quale le classi dirigenti universitarie si sono spartite posti, piccoli brandelli di potere e, come a Siena, hanno mandato in rovina le finanze dei propri atenei. La rincorsa alla produttività al posto dell’investimento sulla qualità ha fatto molti danni già prima del 2008. Poi sono arrivati i tagli al Fondo di finanziamento ordinario che nel 2011 è calato di circa 1 miliardo di euro mettendo molti degli atenei in condizione di essere commissariati.

La progressiva sottrazione di risorse, in un momento in cui in altri paesi dell’Europa continentale proprio sull’istruzione superiore si investiva per cercare risposte alla crisi – in Italia la spesa per scuola/università/ricerca è pari al 4,4% del Pil contro una media Ocse del 6,1 – ha creato il mix di perdita di fiducia e paura per il futuro adatto a consentire un cambiamento in due direzioni principali.

La prima direzione è quella di far perdere autonomia al mondo dell’università e della ricerca in favore degli interventi di enti locali, fondazioni bancarie e imprese. Già oggi sono questi ultimi a finanziare la maggior parte degli assegni e delle borse per giovani ricercatori mentre, in base alle nuove norme, gli interessi della politica o della finanza locale potranno entrare nei Consigli di amministrazione con il potere di decidere sugli indirizzi strategici dei vari atenei.

La seconda direzione, strettamente correlata alla prima, è quella della progressiva differenziazione fra gli atenei “esamificio” e atenei di eccellenza e di ricerca.  Differenziazione fra gli atenei che inevitabilmente porterà con sé l’abolizione del valore legale del titolo di studio e l’aumento esponenziale delle tasse universitarie, già reclamato da settori ampi settori del mondo accademico e politico e richiesto esplicitamente dalla recente lettera dell’Unione europea al ministro dimissionario Tremonti.

Il processo descritto qui sopra sta modificando la natura stessa del sistema universitario italiano, allontanandolo dagli altri dell’Europa continentale che sono tutti gratuiti, autonomi dagli interessi privati sul piano del reperimento delle risorse finanziarie, caratterizzati da eccellenze diffuse su tutto il territorio nazionale.

La parola d’ordine del merito insieme alla delegittimazione di tutto il mondo della ricerca e della docenza – come vedremo senza però spezzare in nessun modo gli assetti di potere nel mondo accademico – è stato il grimaldello ideologico per attaccare l’università pubblica. Si è voluto infatti concentrare tutta l’attenzione sulla creazione di parametri tecnici per valutare il merito di dipartimenti e dei singoli studiosi. La quasi inesistente attenzione al “contesto” in cui il discorso sulla valutazione e sul merito avvenivano, ha invece permesso di far passare sottotraccia i due veri obiettivi della legge Gelmini. Il primo obiettivo era la riduzione dei fondi pubblici all’università, che difficilmente poteva passare se non introducendo il principio della valutazione delle strutture che almeno consente la magra soddisfazione di subire meno decurtazioni degli altri. Mentre il secondo obiettivo era il rafforzamento, nei nuovi assetti della governance, dei vertici amministrativi nonché del potere dei “baroni” che decideranno in modo del tutto arbitrario del destino dei giovani ricercatori fino al momento dell’abilitazione (presumibilmente verso i 38 anni) e anche dopo, dal momento che l’ingresso in ruolo avverrà su chiamata dalle sedi locali.

In pratica, la giusta istanza della valutazione del merito (ma tutto dipende da che tipo di parametri vengono adottati a dalla serietà delle commissioni) ha fatto da copertura ai veri obiettivi che si proponeva la riforma universitaria: il ridimensionamento del già scarso finanziamento pubblico ordinario e l’aumento delle gerarchie e del potere arbitrario dell’attuale classe dirigente universitaria, che ha non poche colpe rispetto al discredito nel quale è caduta l’università negli ultimi anni.

Definanziamento, attacchi al prestigio dell’istituzione, demotivazione generale del corpo docente, indebolimento dei movimenti di studenti e ricercatori che pur si sono massicciamente mobilitati nei mesi passati a difesa dell’università come bene comune; e alla fine sono arrivati i saldi di fine stagione. Con la maggior parte degli atenei che non hanno i soldi per pagare gli stipendi, la Conferenza dei rettori (CRUI) ha firmato un accordo con Confindustria che tra l’altro prevede che si possano svolgere dottorati di ricerca nelle aziende, che vengano incentivati i percorsi tecnico-scientifici e che l’associazione degli industriali proponga criteri per la valutazione e per il reclutamento che debbano essere tenuti in considerazione dall’Agenzia per la valutazione.

Sembra così che la crisi economica non sia stata un modo per asciugare la burocrazia universitaria, per incentivare la partecipazione di tutte le componenti e rilanciarne la qualità in rapporto con le migliori esperienze del Continente e attraverso un collegamento più sano con la società tutta (quindi non solo con gli imprenditori), ma piuttosto lo strumento per mutare geneticamente il sistema di istruzione superiore verso uno modello privatistico e tecnocratico per un numero di studenti sempre più ridotto – e già in via di diminuzione.

Giuliano Garavini
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