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Assegni di ricerca: a rischio la parità di genere


A quattordici anni dall’istituzione degli assegni di ricerca, il comma 6 dell’art. 22 della legge n. 240/2010 (‘legge Gelmini’) introduce finalmente la continuità del reddito nel periodo di astensione obbligatoria per maternità delle assegniste: l’indennità corrisposta dall’INPS ai sensi dell’articolo 5 del decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 12 luglio 2007 è ora, come si legge nel citato comma, «integrata dall’università fino a concorrenza dell’intero importo dell’assegno di ricerca».Per le assegniste si è trattato di una conquista di non poca importanza nel difficile e lungo processo di costruzione di un’universale eguaglianza tra i lavoratori; principio di eguaglianza che è venuto dissolvendosi negli scorsi decenni quando si sono viste proliferare, purtroppo con particolare virulenza nel mondo accademico, varie forme di contratti di lavoro atipico che hanno sempre più deprivato i lavoratori dei diritti fondamentali e della cittadinanza sociale.

A Firenze tuttavia tale avanzamento ha mutato di segno. Il comma 2, art. 14, del Regolamento per il conferimento di assegni di ricerca di cui all’art. 22 della legge 30 dicembre 2010, n. 240 dell’Ateneo fiorentino, demanda infatti all’unità amministrativa (ossia al dipartimento) il reperimento dei fondi cui attingere nell’eventualità dello stato di gravidanza dell’assegnista di ricerca di tipo ‘b’ (si noti che gli assegni di tipo ‘b’ previsti dalla Gelmini, quelli cioè cofinanziati da università e enti pubblici o privati, sono di gran lunga i più diffusi); diversa la situazione delle assegniste di tipo ‘a’ per le quali l’integrazione grava invece sui fondi di Ateneo. Nello specifico, un assegno costa al dipartimento (ossia al responsabile della ricerca, ovvero al professore che reperisce i fondi) da un minimo di 22.816,91 euro a un massimo di 25.177 euro di importo lordo (soglia massima che peraltro è stata arbitrariamente introdotta dall’Ateneo non essendo prevista dalla 240/2010); ma per far partire un bando di tipo ‘b’ è necessario che il consiglio di dipartimento si impegni (si tratta di un ‘impegno generico’, a carico del responsabile della ricerca) a coprire le spese necessarie all’integrazione dell’indennità corrisposta dall’INPS in caso di congedo di maternità. Le spese variano a seconda dell’anzianità contributiva della titolare dell’assegno, e corrisponde a ‘qualche’ mensilità (due, tre, quattro? anche i funzionari di ateneo non sono in grado di fare una stima…). Dunque, i costi del welfare, anziché gravare sulle casse di Ateneo e quindi sulla collettività, sono rimessi al singolo responsabile della ricerca, alla sua capacità di procacciare fondi, se non al suo senso civico.

È forte il timore che a causa di questa modalità si potranno preferire i più economici ricercatori di sesso maschile alle donne in età fertile. Riteniamo perciò necessario che, in attesa dell’auspicata universalità delle protezioni fondamentali e dei diritti dei lavoratori, strutturati e non, l’Ateneo si faccia carico di portare a soluzione questa situazione dagli estremi di discriminazione di genere, equiparando i diritti attribuiti ai titolari degli assegni di tipo ‘b’ a quelli di tipo ‘a’ con il trasferimento degli oneri di integrazione dall’unità amministrativa al fondo di Ateneo.

 

21 novembre 2011

CPU – Coordinamento nazionale Precari dell’Università – Firenze

FLC-CGIL Ateneo di Firenze

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