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L’ANVUR vuole le università di serie A e quelle di serie B


L’intervista su “la Repubblica” di Simonetta Fiori a Sergio Benedetto, membro del Consiglio direttivo dell’ANVUR e referente del VQR, chiarisce gli obiettivi Anvur. Evidenziamo due passaggi inquietanti:

Alla fine del vostro lavoro avremo una mappatura dell´università italiana, con indicata la serie A la serie B… e la serie Z.
«Sì, il risultato finale sarà una classificazione delle università fatta all´interno di ogni area scientifica. Ad esempio, emergerà una graduatoria che dirà come la ricerca nella fisica sia migliore nell´ateneo A piuttosto che B, e così via. I ragazzi saranno aiutati a scegliere»

«Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta».

Ciò che è inquietante è che l’Anvur è un organismo tecnico, nominato dal Ministro e che non risponde a nessuno. Come è possibile che un tale organismo composto da tecnici trasformi la natura stessa dell’università italiana, mandando alla malora le università nelle zone più disagiate, distinguendo tra “teaching” e “research” universities? Come è possibile che la valutazione sia diventata il grimaldello per smontare l’università pubblica per tutti gli studenti meritevoli?

Leggi il testo completo del decreto sull’accreditamento approvato da CdM il 20 gennaio.

Leggi l’intervista completa da “la Repubblica” (04.02.12)

“Daremo le Pagelle ai professori per fare la classifica delle università”È la misurazione della qualità della ricerca: così la spiega l´ingegnere Sergio Benedetto. Sta per partire una rivoluzione accademica: è il sistema che valuterà 60 mila docenti. “Ognuno dovrà inviare tre lavori: si vedrà la produttività di ogni ateneo, non di un solo studioso”. “Grazie a questa mappatura che poi comprenderà anche la didattica, verranno distribuiti i fondi”.

Il professore va alla “valutazione”, e appare molto meno contento di quando andava per congressi (ricordate David Lodge?). Una rivoluzione silenziosa sta per scuotere l´accademia italiana, minacciando di intaccare feudi consolidati, blasoni fasulli e inutili diplomifici. Per la prima volta i sessantamila docenti italiani – dai ricercatori agli ordinari – di novantacinque università pubbliche e private dovranno sottoporre a un giudizio esterno l´attività di ricerca svolta nell´arco di sei anni (dal 2004 al 2010). Sulla base dei loro lavori sarà stilata una classifica degli atenei e dei dipartimenti, che indicherà per ciascuna disciplina le eccellenze e le vergogne. Una mappatura da cui dipenderanno la distribuzione di 832 milioni di euro e soprattutto il futuro della ricerca italiana – meno isolata rispetto al contesto internazionale – e anche degli studenti, che disporranno di uno strumento certo per orientare le proprie scelte.

A capo di questa complessa macchina, che porta il nome di Vqr (valutazione della qualità della ricerca), troviamo un ingegnere del Politecnico di Torino, Sergio Benedetto, 67 anni, ricca esperienza internazionale e una miriade di brevetti nelle telecomunicazioni (è uno dei tre studiosi italiani più citati in questo campo nelle principali banche dati).

«Ho gli incubi notturni», dice nella sua stanza dell´Anvur, l´agenzia della valutazione ospitata al quarto piano del Ministero della Ricerca. «La responsabilità è enorme. E non possiamo commettere errori».

Il Grande Valutatore, spauracchio degli universitari italiani, appare sideralmente distante dalle liturgie del potere accademico. Stile molto diretto, sorvola sui premi ricevuti per le sue ricerche sulle fibre ottiche e sui cellulari di terza generazione, a cui ha contribuito progettando codici correttori di errori.

«La ricerca è il mestiere più bello del mondo, ed è per questo che vorrei introdurre il merito dentro l´università. Sarebbe la liberalizzazione più importante nel nostro paese, dove le categorie privilegiate non sono solo quelle dei notai o dei farmacisti, ma anche di chi gode di un cognome importante o di conoscenze influenti».

Non è la prima volta che la ricerca in Italia viene sottoposta a giudizio. In che cosa consiste la novità?
«Esiste un unico precedente, ma il numero di prodotti valutati era molto inferiore: circa 17.000 contro i 200.000 di oggi. E i lavori da valutare venivano scelti dalla singola struttura. Ora è la prima volta che chiediamo a ogni docente – quasi 60.000 – di inviare tre lavori ciascuno. Così atenei e dipartimenti – ma anche enti di ricerca come il Cnr – vengono giudicati dalla produttività reale, non dai lavori di un solo studioso molto prolifico. E ciascun dipartimento sarà incentivato ad assumere ricercatori bravi, selezionati in base al merito, non alla famiglia».

Alla fine del vostro lavoro avremo una mappatura dell´università italiana, con indicata la serie A la serie B… e la serie Z.
«Sì, il risultato finale sarà una classificazione delle università fatta all´interno di ogni area scientifica. Ad esempio, emergerà una graduatoria che dirà come la ricerca nella fisica sia migliore nell´ateneo A piuttosto che B, e così via. I ragazzi saranno aiutati a scegliere».

I finanziamenti ne terranno conto?
«Sì. A partire dal 2013, il venti per cento del Fondo di finanziamento ordinario – circa 832 milioni – sarà distribuito sulla base della mappatura dell´Anvur, che metterà insieme la valutazione della ricerca e la valutazione della didattica: a quest´ultima ci dedicheremo in un secondo momento».

Ed è sempre sulla base di questa nuova mappa che l´università sarà diversificata? Ci saranno gli atenei che danno la laurea triennale, quelli che specializzano e le strutture dell´eccellenza con i dottorati?
«Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta».

Perché i dottori di ricerca sono rimasti fuori dalla valutazione?
«È un grave limite, ma presto riusciremo a includerli. Il nuovo decreto impone l´istituzione di un archivio che ne conservi tutti i nomi e le pubblicazioni. Sono soprattutto loro a spingere il mondo della ricerca in Italia. Ed è dai più giovani che riceviamo il maggiore incoraggiamento».

Come si stabiliscono i criteri della valutazione?
«I prodotti della ricerca saranno valutati sia con metodi bibliometrici sia con la peer review. Il criterio bibliometrico misura il numero di citazioni ricevute da un articolo, cioè l´interesse suscitato nella comunità scientifica. La peer review consiste nella revisione da parte di uno studioso di pari valore».

Dunque non è necessario lo stesso rango accademico.
«No, certo. Qualcuno pensava che la revisione spettasse solo ai “pari grado”, ma la cosa fa sorridere. Ora se n´è fatto una ragione».

Il mix tra i due metodi sarà diverso a seconda dell´area scientifica?
«La bibliometria prevarrà nelle scienze “dure” e della vita. Mentre nelle scienze sociali e in quelle umanistiche ricorreremo alla peer review».

Dunque nelle discipline umanistiche, dalla letteratura alla storia, dall´arte alla filosofia, non si farà ricorso al criterio bibliometrico?
«No, nessuna bibliometria. E questo varrà anche nelle aree giuridiche. I prodotti di queste discipline sono poco rappresentati nelle banche dati internazionali normalmente utilizzate (Scopus e Isi Web of Science): questo succede sia per una ragione di lingua (sono scritti in italiano, non in inglese), sia per la natura del prodotto (monografie invece di articoli). Così utilizzeremo solo lo strumento della peer review, che però sarà affiancato da una classificazione delle riviste».

Anche le riviste saranno valutate di classe A e B o peggio?
«Sì, le singole Società Scientifiche hanno fornito i loro elenchi, che poi sono stati sottoposti a dei referees italiani e stranieri. Non nego che ci siano state proteste e resistenze di vario genere. Ma alla fine la comunità ha risposto con grande lealtà».

La tradizione italiana in materia di valutazione è debole.
«Sicuramente altrove è più consolidata. L´Enqa (European Association for Quality Assurance in Higher Education) raggruppa oltre quaranta agenzie nazionali, nessuna italiana. La Germania conta otto agenzie, la Francia due».

Ma a cosa attribuisce questo ritardo?
«Da noi s´è cominciato a parlare della valutazione nel 2006, ma poi non se n´è fatto nulla. In Parlamento hanno ampia rappresentanza i professori universitari, che danno voce alle proprie resistenze. Come se l´attitudine a giudicare gli altri li autorizzasse a considerarsi al di sopra di ogni valutazione».

La macchina della valutazione può funzionare solo a condizione che tutti i valutatori siano figure inattaccabili. È ipotizzabile questo nell´università italiana, segnata da lobbies e clientele?
«È verissimo. Ogni attività di valutazione è fortemente condizionata dalla qualità di chi la esercita. Nessuno finora ha sollevato dubbi sui nomi dei quattrocentocinquanta valutatori: questo mi conforta molto. Circa il venti per cento è costituito da ricercatori che operano al di fuori dei confini nazionali. Naturalmente occorrerà monitorare la valutazione nel suo svolgimento».

I valutatori saranno valutati?
«No, questo è stato già fatto prima della selezione. Il processo di valutazione andrà ora seguito con attenzione. Alla fine del mese renderemo noti i criteri, ed entro marzo del 2013 sarà pronta la mappatura dell´università. Non mi aspetto che ogni cosa funzioni in modo perfetto, ma ce la stiamo mettendo tutta. Siamo convinti che si tratti di una questione molto importante per la comunità scientifica. Potrebbe ridare una speranza ai tanti giovani che non ne hanno più».

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Categorie:Documenti
  1. 29 marzo 2012 alle 20:14

    “L’ANVUR vuole le università di serie A e quelle di serie B”; si tratta di una mistificazione. Ci sono già università di serie A e B. L’ANVUR vuole semplicemente prenderne atto. Io non ci trovo nienete di male, anzi: è così che funziona nei paesi migliori per la ricerca. E così dovrebbe funzionare in molti settori: trasparenza, valutazione e successiva premiazione/punizione in base alla valutazione. E perché le università in zone disagiate dovrebbero chiudere? Se funzionano, non chiuderanno. E se fossero scadenti, meglio chiuderle ed usare quei soldi per aumentare il numero di borse di studio. Ci tengo a precisare che sto facendo un dottorato in una univeristà all’estero, e che anche il mio dipartimento è sottoposto a valutazioni periodiche.

  2. 29 marzo 2012 alle 20:21

    “L’ANVUR vuole le università di serie A e quelle di serie B”… si trattadi un titolo mistificatorio. Le università di serie A e di serie B esistono già: l’ANVU vuole solo accertarlo.
    Non vedo perché questo meccanismo debba mandare in malora “le università nelle zone più disagiate”. Se sono buone, resteranno. Se sono cattive, avranno meno fondi o saranno chiuse. Funziona così nei paesi che investono in ricerca. I fondi tolti alle università cattive potrebbero essere spesi per creare borse di studio per persone che vivono in zone disagiate: meglio dare quei soldi ad un fuorisede affinché studi in una università buona piuttosto che usarli per mantenere una struttura inefficiente.

  3. 6 novembre 2012 alle 23:44

    L’Università pubblica italiana come laureificio baronale e di casta, famigliare e parentale di dottori inutili ovvero come centro di ricerca a disposizione delle imprese del territorio in cui insiste?

    A quando una Università dell’Olio e dell’Olivo?

    A quando una Università della Pasta e del Pane?

    A quando una Università delle Mozzarelle e dei Formaggi?

    Le università pubbliche nei territori che le accolgono si sono dimostrate dei corpi estranei alle vocazioni socio-economiche territoriali, avverse e sorde alla produttività ed alla ricerca integrata alla economia locale.

    Non si sono dimostrate volano per lo sviluppo ma solo appendice costosa e dannosa.

    L’università pubblica è autoreferenziale e nutilmente costosa.

    L’università generalista ha i giorni contati.

    L’università della ricerca legata ed innamorata alle vocazioni territoriali è il solo futuro possibile.

    Pare sia arrivata l’ora di uscire dalla convegnistica ed entrare nel vivo di una piattaforma agro-alimentare supportata e garantita dalla ricerca universitaria.

    Altrimenti, questi laureifici baronali possiamo anche chiuderli e risparmiare un sacco di denari dei contribuenti.

    E se le università non producono ricerca utile alla economia reale, possiamo chiuderle, senzadubbiamente.

    Il patto fra società e università pubblica è dedinitivamente rotto.

    http://www.ilcittadinox.com/blog/universita-produttivita-una-difficile-conciliazione.html

    Gustavo Gesualdo
    alias
    Il Cittadino X

  1. 29 marzo 2012 alle 12:23
  2. 29 marzo 2012 alle 12:47
  3. 29 marzo 2012 alle 13:23
  4. 31 marzo 2012 alle 07:48
  5. 31 ottobre 2012 alle 15:42
  6. 20 maggio 2013 alle 15:22

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