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Ricercatori a tempo determinato: più flessibili e meno retribuiti


Il nuovo decreto riguardante la disciplina del trattamento economico dei professori e dei ricercatori universitari ci riserva amare sorprese.

Qui sotto il commento il post di Piero Graglia sulla questione:

Ricercatori a tempo determinato, dopo la beffa, il danno

34.898,06 euro annui a tempo pieno e 25.317,88 euro annui a tempo definito (gli importi sono lordi). Questi sono i due trattamenti economici per i ricercatori a tempo determinato, così definiti dal decreto che rimodula e ri-determina le retribuzioni dei docenti universitari delle diverse fasce (ricercatori a tempo determinato e indeterminato, professori associati e professori ordinari).

Si tratta di un provvedimento previsto dalla legge 240, all’articolo 8 comma 3, quindi si sapeva bene che sarebbe arrivato. E, come tutto quello che ha a che fare con la riforma Gelmini, riesce a essere ancora più iniquo di quanto non si pensasse. Soprattutto nei confronti dei RTD.

Infatti, mentre per i ricercatori e i professori attualmente in servizio a tempo indeterminato viene comunque prevista una progressione, a cadenza triennale e non più biennale, per i RTD, siano essi di tipo A o di tipo B, non esiste alcuna progressione nel tempo. Quella cifra su indicata, 34.898,06 euro lordi, è destinata a essere la retribuzione, costante nel tempo, per tutti gli anni dei contratti come RTD.

La cifra è identica a quella prevista per la classe 0 dei ricercatori universitari a tempo indeterminato secondo le nuove tabelle, e corrisponde allo stipendio di un ricercatore universitario «confermato», cioè dopo che sono trascorsi tre anni dalla vincita del concorso e dall’immissione in ruolo. Per i futuri RTD, assunti con contratto di diritto privato, si tratta di una trappola perversa: verranno assunti per coprire i buchi della didattica lasciati da pensionamenti e da mancate progressioni, e messi di fronte alla prospettiva di un primo contratto di tipo A di tre anni, prolungabile di un biennio; poi, se particolarmente fortunati, o dotati, o entrambe le cose, potranno accedere a un contratto di tipo B per un altro triennio, al termine del quale potranno diventare professori associati per 45.346,37 euro lordi annui.

Facendo due conti, il ricercatore a tempo determinato alfa, prototipo perfetto ideale, che percorre tutti gli step e affronta tutte le scadenze in tempo utile e senza pause (fa i due contratti e poi diventa professore associato) vedrà crescere la sua retribuzione, dopo otto anni, di 10.448,31 euro; in media 1.306 euro all’anno, se lo stipendio aumentasse ogni anno, ma sappiamo che così non è. Per otto anni avrà avuto lo stesso stipendio e poi sarà come se avesse maturato la bellezza del 3,74% annuo. Costante, non composto.

Il tutto, ovviamente, senza considerare che questi effetti vi saranno solo se il nostro ricercatore alfa diventerà professore associato. Se invece non ce la fa, per un miliardo di motivi prevedibili e non prevedibili, avrà avuto il piacere di lavorare per un lustro e mezzo in costanza di retribuzione: più o meno 1.600 euro mensili netti, detratti imposte sul reddito e versamenti volontari INPS. Una cosa che riesce difficile immaginare possa avvenire in qualsiasi altro paese OCSE, dove comunque esistono sempre meccanismi di adeguamento al costo della vita e le retribuzioni difficilmente restano uguali a se stesse per quasi dieci anni, anche nell’università.

Ma tant’è, licenziando il regolamento non si è sentita una parola né la minima modifica rispetto all’impianto complessivo che è «made in Gelminiland»; eppure in sede di audizioni parlamentari tutti avevano sottolineato l’iniquità di una misura inutilmente vessatoria per una categoria che già subisce una discriminazione per avere un contratto a tempo determinato senza alcuna sicurezza successiva rispetto all’immissione in ruolo. Addirittura girava voce che il regolamento avrebbe previsto un minimo e un massimo di retribuzione, per seguire la lettera della legge 240 che prevede (art. 24 comma 8) che i contratti per ricercatori di tipo B possano prevedere una retribuzione elevata fino al 30 per cento rispetto a quella del ricercatore confermato a tempo indeterminato a inizio carriera. Invece nulla. Con una tabella di questo tipo, riesce difficile pensare che un qualsiasi ateneo decida autonomamente di modulare diversamente la retribuzione dei ricercatori di tipo B (il giorno in cui verranno finalmente banditi posti di quel tipo).

Forse in questo modo si pensa di alimentare la retorica del merito e del rientro dei cervelli. Invece credo che si tratti del modo migliore per farli scappare, i cervelli. E per sempre.

Piero Graglia

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Categorie:Documenti
  1. .
    14 febbraio 2012 alle 12:17

    Che schifo!

  2. infn
    18 febbraio 2012 alle 14:09

    Reblogged this on Io Non Faccio Niente and commented:
    Nuove leggi, vecchia musica

  3. Doriano Brogioli
    21 maggio 2012 alle 12:17

    C’e’ qualcuno che sa dirmi quanto prende di netto un RTD A o B? Grazie!!!!

  1. 19 febbraio 2012 alle 13:59

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