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I tristi rampolli della Bocconi


I professori della Bocconi scrivono editoriali su tutti i maggiori quotidiani italiani. Il presidente della Bocconi ce lo ritroviamo presidente del Consiglio. Ogni occasione è buona per i professori al Governo di far pubblicità gratuita a quella università privata. Scrivono, pensano, dicono tutti le stesse cose, senza alcuna fantasia, senza capacità di ricerca e al servizio di interessi di gruppi imprenditoriali e finanziari che hanno guidato l’Italia negli ultimi 20 anni.

Il “Corriere della Sera” pensa bene di pubblicare una lettera di 20enni che sono di certo il prodotto dell’ideologia della Bocconi.

Ecco la risposta su Micromega di Matteo Pucciarelli:

Antonio, Annalaura, Matteo, Piero, Matteo, Francesca, Ilaria, Timoteo, Luca, Flavio, Giulio, Riccardo, Amedeo, Filippo, Francesco, Nicolò, Luigi, Ester e Maria,chissà se invece di sparare sui vostri padri avreste puntato il dito contro il 20% della popolazione italiana che detiene l’80% della ricchezza del Paese il Corriere della Sera avrebbe pubblicato la vostra accorata lettera. A parte questo, prima di immaginare il futuro bisognerebbe un attimo conoscere il passato. Perché sennò si finisce con lo scrivere un mare di baggianate che – quelle davvero – hanno un sapore ideologico.

È una splendida trovata scrivere che le vostre idee «non trovano spazio nello scontro ideologico in atto». Una frase ad effetto che cela due possibilità: o vi state facendo strumentalizzare, oppure mentite sapendo di mentire, perché le vostre idee sono le stesse di chi da circa 30 anni detta l’agenda della politica mondiale. Non siete originali. Vi state accodando, ultimi della lista, al pensiero dominante.

«Siamo colposamente sospesi tra il vuoto di aspettative ed il miraggio di sicurezze, senza possibilità di metterci in gioco con le stesse garanzie che i nostri padri e i nostri nonni si vedono attribuite»: i miei e i vostri padri, i miei e i vostri nonni, le cose non se le sono viste attribuite per gentile concessione dello Spirito Santo o del tecnico di turno. Sono state il risultato di un progressivo processo di conquiste partito alla fine dell’Ottocento e culminato negli anni ’70.
Io e voi siamo stati abituati così, a vederci le cose “attribuite”, ed è vero: i nostri compleanni erano così pieni di regali che non facevamo neanche in tempo a desiderarli tutti. Ma c’è stata un’epoca passata fatta invece di negazioni e quindi di lotte furiose per dei diritti che oggi consideriamo il “minimo sindacale”.

«Nel sistema economico in cui operiamo, è richiesta la capacità di essere competitivi e dinamici: non abbiamo scritto noi le regole del gioco ma siamo tenuti a rispettarle per vincere la sfida della crescita», scrivete. Ed è una frase di una tristezza infinita. Perché non sapete neanche immaginare la possibilità di un cambiamento della società. Che siccome le regole sono state scritte, bisogna soprassedere. Una frase di questo genere pronunciata in Germania nel 1940 – tanto per dire – sarebbe considerata oggi un atto di codardia. «Non abbiamo scritto noi le regole del gioco ma siamo tenuti a rispettarle»: quanto poco coraggio, quanta poca fantasia. Giovani nati vecchi. Senza guizzi, senza speranze, senza sogni. Senza pensare che magari è un sistema economico iniquo a tagliarci fuori. Che se prevale sempre e solo un discorso «competitivo e dinamico» gli ultimi, quelli nati senza la vostra pregevole intelligenza, restano indietro. Quelli nati senza i vostri molteplici strumenti, restano indietro. E degli ultimi, di loro, chi si occuperà? Stiamo tornando alla legge del più forte, alla sopraffazione dell’altro, e neanche ve ne rendete conto. Oppure lo sapete, e vi sta bene così. Perché partite in vantaggio.

«Spostare la bilancia del futuro dal privilegio al merito è l’impegno con cui vorremmo si cimentassero in questo momento le istituzioni patrie». Già, quella parola: privilegio. Privilegio di non essere licenziati perché si sta antipatici al datore di lavoro. Diritto? No, privilegio. Voi lo chiamate così. Discriminate da soli il vostro, il nostro, obiettivo: godere di un diritto. E se lo chiamate “privilegio” fate davvero un atto ideologico. Eccolo il caro vecchio latifondismo: i forti da una parte, i deboli a subire dall’altra.

«Oggi imprenditore e lavoratore si muovono nella stessa direzione e condividono i medesimi obiettivi, entrambi vogliono il bene dell’azienda». Che bella immagine di un paese permeato dalla pace sociale. Andate a dirlo agli operai della Fiat di Termini Imerese. O a quelli di Pomigliano colpevoli di essere iscritti alla Fiom. A quelli della Fincantieri. A quelli della Sigma Tau. A quelli della Omsa. E così via, all’infinito. Quante volte la passione del lavoratore per il proprio mestiere è stata umiliata da chi ha messo avanti la sola logica del profitto, che ha escluso più e più volte quella del buonsenso. Fare finta di non sapere è un altro atto ideologico.

Scrivere come voi fate che «i nostri padri oggi vivono nella bambagia delle tutele grazie ad un dispetto generazionale» è un insulto. A voi stessi soprattutto. Perché i miei, di padri, nella bambagia non hanno mai vissuto. I vostri forse sì. Ed essere tutelati non è mai una bambagia. È semmai il grado di civiltà raggiunto in un Paese. E poi, quanta ignoranza, colleghi di gioventù: le «mille garanzie che le generazioni che ci hanno preceduti si sono arbitrariamente assegnate» sono costate migliaia di ore di sciopero; morti in piazza, da Reggio Emilia a Battipaglia. Lottare costa. Ma a volte funziona. Il vostro grado di lotta qual è? Scrivere una lettera al Corriere della Sera chiedendo meno tutele per gli altri?

Quando parlate di «egoismo dei protetti» e «ingordigia dei privilegiati» forse vi riferite ai vostri padri. Davvero sono così? Egoisti e ingordi? I miei padri non sono mai stati tali. I vostri, forse. Non i miei. Hanno lavorato e lavorano da una vita. Uno stipendio, un mutuo, figli da crescere con assegni familiari ridicoli, spesa una volta a settimana per risparmiare, sacrifici sempre, per necessità e come esempio. Ci mancava solo la spada di Damocle di un imminente licenziamento se mio padre si fosse permesso di contestare una procedura di lavoro. Non sparate sul mucchio. Fate i nomi di egoisti e ingordi. Se li avete. E se ne avete il coraggio.

«Scommettiamo senza indugio nella flessibilità», bravi. I 26 contratti flessibili della legge Biagi non vi bastano? Non siete ancora sazi?

«Le sigle politiche che hanno guidato il Paese negli ultimi decenni, anche per via di un ossequio screanzato verso la propria base elettorale, hanno totalmente escluso il tema del lavoro dall’agenda di governo»: ma da quanti anni non leggete i giornali? Riforma Treu, 1996, centrosinistra. Riforma Biagi, 2003, centrodestra. Ogni volta condite da erosioni dei diritti, mascherandole per “riforme”. Ogni volta penalizzando proprio voi, proprio me. Non vi basta ancora?

Sapete come si sconfigge «l’attuale regime di apartheid occupazionale fra protetti e non protetti»? Allargando le protezioni a tutti. Non togliendole agli altri. Non bisogna studiare alla Luiss o alla Bocconi per capirlo. C’è solo una cosa peggiore dei cattivi padri che vi hanno cresciuto. I cattivi figli che ne seguono le orme. È per questo che non vi conosco.

Matteo Pucciarelli
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Categorie:Documenti
  1. stefanoulliana
    4 marzo 2012 alle 18:14

    Reblogged this on NESSUN DORMA.

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