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Documento finale completo approvato dall’assemblea di Bologna (Università Bene Comune, 24 marzo 2012)


Università Bene Comune

Documento sintetico 

Il giorno 24 marzo 2012 studenti, dottorandi, precari, ricercatori, professori associati e ordinari si sono riuniti per la prima volta in assemblea nazionale a Bologna per riflettere sullo stato attuale dell’Università ita­liana e sui provvedimenti necessari per restituire a questa il ruolo chiave che le spetta, in quanto istituzione pubblica, all’interno della società e dell’economia del nostro paese. A fine dibattito è stato adottato il seguente documento.

Studenti, dottorandi, precari, ricercatori, professori associati e ordinari
sono concordi nell’affermare che:

1) Dai primi provvedimenti del governo Monti emerge con evidenza che l’impianto ideologico neoliberista e antidemocratico della riforma Gelmini viene portato avanti anche dal ministero Profumo, malgrado anche coloro che avevano in un primo momento plaudito all’emanazione della riforma inizino a rendersi conto che essa non ha migliorato l’efficienza del sistema acca­demico.

2) Ci troviamo di fronte a un crescente distacco dei giovani dall’università: negli ultimi anni l’abbandono degli studi universitari è in aumento, le immatricolazioni in diminuzione come pure lo sono il numero dei laureati e delle retribuzioni post laurea. Il recente decreto governativo recante disposizioni in materia di diritto allo studio (atto governativo 436) fa pagare agli stu­denti il diritto allo studio, con un aumento delle tasse studentesche dal 93,5 a 160 euro (in media), senza specificare invece i criteri di merito e l’entità delle borse di studio. Le tasse stu­dentesche, già eccessivamente alte, andrebbero quindi diminuite piuttosto che aumentate,  rifi­nanziando il diritto allo studio in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Un diritto, infatti, non è tale se coloro che ne usufruiscono devono pagarlo, non è tale se è legato esclusivamente al successo negli studi, in quanto questa formula meritocratica realizza unicamente una funzione selettiva che è però in contraddizione con la finalità inclusiva dell’istruzione pubblica statale.

3) Occorre restituire all’università il suo ruolo di servizio pubblico e la sua dignità di istituzione democratica. Per questo per una verso rifiutiamo l’istituto del numero chiuso e quello dei prestiti d’onore (poiché in questo modo denaro pubblico servirà solo a garantire le banche creditrici) e per una altro verso chiediamo la copertura totale delle borse di studio ai meritevoli (la figura del­l’idoneo non beneficiario, infatti, è una vergogna solamente italiana) al fine di tutelare la qualità del servizio e di garantire agli studenti la possibilità di continuare a studiare, evitando che il sur­rettizio innalzamento dei criteri di merito trasformi un diritto in un privilegio riservato a pochi “eccellenti”.

4) Il decreto sul reclutamento negli atenei (atto governativo 437) strozza ilturnover solo per fare cassa e crea una gerarchia tra atenei volta a di­stribuire in modo discriminatorio il finanziamento pubblico. Pone in contraddi­zione le istanze legittime degli studenti, dei ricercatori e dei professori, in quanto premia le università con le tasse studentesche più alte concedendo loro maggiore possibilità di reclutamento.

5) E’ fondamentale mantenere l’entusiasmo dei giovani verso la ricerca a partire dalla loro for­mazione (il dottorato).  Attualmente, invece, il sentimento dominante dei giovani ricercatori ver­so questo mestiere è la frustrazione. A causa delle loro condizioni precarie e delle scarse risorse  messe a loro disposizione, i giovani impiegano infatti metà del loro tempo a presentare ogni anno una decina di progetti, di cui forse ne vinceranno uno, invece di poter dedicarsi a tempo pieno alla ricerca.

Per questo riteniamo necessario riportare il turnover al 100% delle risorse liberate dai pensiona­menti  e accoppiarlo ad un urgente piano straordinario di assunzioni, per garantire continuità e qualità al lavoro delle decine di migliaia di docenti-ricercatori attualmente precari. Ciò favorireb­be un miglioramento complessivo della loro produzione scientifica e allo stesso tempo si amplie­rebbe l’offerta didattica ponendo fine al dilagare dei corsi a numero chiuso. La lotta contro il pre­cariato è quindi una lotta per un’università diffusa, vitale e di qualità. A questo fine riteniamo  necessario adottare un’unica figura pre-ruolo a tempo determinato con tenure track e con piena tute­la dei diritti all’interno di un reclutamento ciclico ed  ordinario, cancellando tutte le attuali figure precarie. Nell’ambito della normativa attuale, chiediamo dunque che vengano favorite le forme di reclutamento che minimizzino la durata temporale del precariato.

6) Il  tema, in sè condivisibile, della valutazione è stato fortemente strumentalizzato al fine di sottrarre risorse al sistema della ricerca pubblica statale senza incentivarne la qualità. La valuta­zione, invece, dovrebbe servire a migliorare la qualità del sistema, non a determinare riduzioni di finanziamento delle strutture o accelerazioni delle carriere. Il processo innescato dall’Anvur (che riguarda anche gli enti di ricerca) non crea profili di qualità, ma trasforma la valutazione in un processo politico e non scientifico funzionale al disegno politico  di tagliare il welfare. La valuta­zione della ricerca dell’ANVUR avviene, infatti, per via gerarchica: accentrando un enorme po­tere nelle mani di pochissimi, retroagisce con forza sull’attività scientifica negando il carattere collettivo alla produzione del sapere (come testimonia la scelta di valutare solo prodotti indivi­duali). Inoltre, questa valutazione si basa su criteri fondamentalmente arbitrari e inadeguati: essi hanno come primo reale obiettivo quello di tagliare le risorse complessive da destinare all’uni­versità pubblica statale. Infatti, come hanno ammesso gli stessi membri dell’Anvur, si progetta la chiusura di alcuni atenei e l’introduzione di una differenziazione degli atenei inteaching univer­sities e research universities. Bisogna invece mantenere il fuoco sulle finalità sociali della ricerca e sulle modalità con cui esse vengono perseguite.

Per questo crediamo che1) la ricerca debba essere valutata ai fini di una valorizzazione premiale di ricercatori e strutture (e non con intento punitivo) a prescindere da ogni forma di gerarchia accademica e di ranking di riviste; 2) vada rivisto il criterio che garantisce l’anonimato dei referee delle pubblicazioni scien­tifiche; 3) affinché venga garantito un accesso più libero alla conoscenza e a una conoscenza di qualità, vadano messi in discussione i numerosi master e corsi creati in questi ultimi anni, che servono solo a tutelare baronie e a finanziare università private; 4) si dia priorità alla disseminazione del sapere, affinché l’investimento nella ricerca diventi concretamente un investimento per la società orientato alla crescita collettiva del sapere.

Chiediamo pertantoa) la sospensione immediata e temporanea della VQR fino a quando i criteri di valutazione non verranno ridefiniti con la compartecipazione della comunità scientifica allar­gata; b) di ricondurre l’Anvur – ente i cui costi di gestione si stima possano superare l’investi­mento destinato ai PRIN – al suo ruolo di ente strumentale e realmente indipendente di valutazio­ne e non di organo ministeriale di programmazione e decisione del futuro delle Università italia­ne.

7) L’assunto neoliberista, che traspare nei  provvedimenti ministeriali ed è radicato anche nel peggiore mondo universitario (come le vicende che hanno riguardato l’approvazione degli statuti degli atenei mostrano), svuota di significato la democrazia. Secondo tale assunto, infatti, il siste­ma universitario deve poggiare sull’eccellenza e la meritocrazia, due concetti antitetici alla libera produzione e circolazione del sapere.

Inoltre, in tale assunto, così come è stato finora applicato, è implicita l’idea che studiare non ser­va, che la cultura sia un privilegio per pochi e che l’università sia sovradimensionata e si debba autosostenere con le tasse studentesche e con fondi esterni di ricerca. Di primaria importanza, pertanto, è realizzare un fronte comune affinché non si corra il pericolo di una guerra tra ‘poveri’: la lotta per i diritti di tutti deve essere una lotta di tutti per migliorare l’università pub­blica.

8 ) La destrutturazione dell’università è speculare alla destrutturazione dei diritti nel mondo del lavoro. L’idea dell’attuale governo è infatti che il nostro paese possa competere solo se si abbat­tono i salari e se si riescono ad attrarre fantomatici investitori internazionali con la eliminazione dei diritti fondamentali. Crediamo invece che senza diritti e senza garanzie per i lavoratori, senza investimenti programmatici per il funzionamento ordinario dell’università, senza compensi ade­guati anche per chi lavora nel mondo della conoscenza, non sia possibile una vera competizione su scala internazionale. Perché dunque l’università funzioni come agente promotore dell’econo­mia italiana e del benessere della società, essa deve continuare ad essere un bene comune. Chie­diamo pertanto il superamento delle politiche di austerità imposte agli Stati che ostacolano il fun­zionamento e la crescita dell’università pubblica. Nel contesto generale, esprimiamo contrarietà alla “riforma-bluff” degli ammortizzatori sociali, delle forme contrattuali e dell’art.18 dello sta­tuto dei lavoratori.

9) L’impianto della legge Brunetta e in particolare l’istituto della valutazione dellaperformance individuale del personale tecnico-amministrativo, che è risultato fallimentare e meramente vessa­torio, riteniamo vadano rivisti. Chiediamo pertanto che si esaminino con attenzione le criti­cità introdotte per il PTA dalla riorganizzazione delle università prevista dalla legge Gelmini. Ri­badiamo inoltre l’importanza del contratto per il personale TA e chiediamo di riattivare la formazione e l’aggiornamento del personale tecnico amministrativo.

10)  Il valore legale del titolo di studio e il valore legale e uniforme del voto di laurea (VLTS) devono essere mantenuti. Critichiamo fortemente il metodo capzioso con cui sono stati costruiti i quesiti del questionario proposto dal Ministero e, indipendentemente dalla partecipazione o meno al sondaggio del Miur, proponiamo pertanto un contro-questionario au­togestito nel quale si richiederà anche un parere sulla legge Gelmini e sui decreti sul diritto allo studio e sul reclutamento negli atenei. Il nostro intento è che si avvii un’ampia discussione pubblica sul tema del VLTS e sulla attuale si­tuazione dell’università,  per mettere il mondo universitario e non universitario in condizione di esprimere in piena libertà il proprio parere su questa fondamentale questione. A tale riguardo proponiamo di organizzare una presentazione pubblica al ministero dei risultati del controque­stionario.

11) Il rafforzamento del sistema piramidale di distribuzione dei poteri all’interno dell’università è stato ed è rispettivamente il fondamento e il collante della contro-riforma della legge 240.

E’ questo un sistema in cui ricercatori associati e ordinari (e talvolta perfino precari sotto le spo­glie dei docenti a contratto) condividono la unitarietà della funzione docente, ma in cui manca il riconoscimento formale di tale unitarietà. A uguali doveri e funzioni di didattica e di ricerca non corrispondono uguali diritti. Il sistema baronale si autorigenera: esso infatti si nutre della segre­gazione in caste (le fasce della docenza) ed è perpetuato dall’esercito di riserva dei precari; una piccola parte di docenti decide per tutti e decide anche la sua successione. Questa piccola parte di docenti ha richiesto interventi sul sistema dell’università pubblica statale, formalmente legittima­ti dalla situazione di sofferenza estrema, anzi, per non usare eufemismi, di agonia, a cui l’Univer­sità pubblica è stata condotta dagli stessi attori e promotori della controriforma. Interventi, fram­mentari ma forse neanche troppo, ipocriti per non dir fedifraghi, venduti sotto le mentite spoglie del riordino della spesa, che sono veri attentati alla Costituzione, che hanno tolto l’ossigeno al si­stema istruzione. Esso era un sistema vitale e capillare, di cui l’Università è parte importante ed essenziale, che è stato ridotto, come si è detto, a rantolare, e al cui capezzale i suoi stessi assassi­ni, adesso travestitisi da crocerossine, si propongono come rianimatori.

L’intervento centrale per neutralizzare questo sistema inefficiente e autoreferenziale di potere è l’introduzione del ruolo unico della docenza. Esso, distribuendo il potere decisionale tra tutti i componenti della comunità accademica, da un lato ne sottrarrebbe il monopolio a coloro che hanno provocato gravi guasti e da un altro lato spezzerebbe l’odiosa oligarchia degli ordinari-ba­roni. Si tratta di una regola di semplice democrazia: distribuire la capacità decisionale e il potere di governo ai governati. Sia chiaro e fermo: il ruolo unico non è e non sarà mai l’ope legis! Rico­noscere uguaglianza dei diritti nella diversità delle fasce non significa promuovere tutti, senza valutazione, alla fascia superiore. Le progressioni di carriera devono comunque avvenire dopo una indipendente valutazione dell’operato scientifico didattico e gestionale del valutato: senza né automatismi né arbitrarietà.

È intuitivo che la progressione di carriera, all’interno del ruolo unico cioè svincolata dall’acquisi­zione di prerogative di governo accademico, avrebbe ricadute solo, o quasi, sul trattamento eco­nomico; ciò scaricherebbe di tensione corporativa la valutazione stessa e la spingerebbe verso più sereni e oggettivi giudizi. Né, per vero, il ruolo unico escluderebbe che alla carica apicale si possa accedere solo dopo un certo numero di valutazioni positive, ma ciò non implica che l’ac­cesso alle cariche di governo sia come criterio generale riservato a pochi. In verità è innegabile che le capacita personali di ricercatori associati ordinari nulla hanno che vedere con la fascia di appartenenza, perché tutti fanno lo stesso mestiere; con gli stessi strumenti, metodi, contenuti, fi­nalità. Dunque, è privo di senso sottrarre al governo dell’università la sua parte più giovane, in­novatrice ed entusiasta.

§

Sulla base, dunque, di questi intenti e principi comuni l’assemblea di Bologna:

 

1) propone di avviare in tutti gli atenei italiani e in ogni dipartimento e facoltà una discussione sui decreti sul diritto allo studio e sul reclutamento negli atenei, già approvati eppure mai discussi se non in rari casi all’interno degli ate­nei, con la sottomissione e l’approvazione di mozioni sui decreti suddetti;

2) propone di costituire un ambito di discussione trasversale, da articolare a livello di ateneo, per sviluppare proposte e iniziative sui temi contenuti in questo documento;

3) propone di costituire un nucleo di coordinamento che viva nei territori e metta in contatto le varie organizzazioni che lavorano sull’Università e la scuola pubblica, al fine di mostrare la con­tinuità e l’importanza di ogni ruolo: studenti, insegnanti, docenti, ricercatori precari e strutturati, PTA, dottorandi e chiunque viva dal basso l’università e la scuola;

4) chiede l’immediata assunzione di tutti i ricercatori vincitori di concorso in attesa di presa di servizio;

5) propone che in tutte le sedi ci si impegni per far modificare gli Statuti nella direzione della massima democraticità, a partire da l’elezione diretta dei Consigli di Amministrazione da parte di tutti i componenti;

6) propone di pensare e realizzare iniziative di testimonianza e protesta anche al di fuori del­l’ambito universitario;

7) promuove la costituzione di un coordinamento tra scuola, università, cultura ed enti di ricerca da realizzare a livello locale e nazionale;

8 )  propone la costituzione di un gruppo che effettui un monitoraggio costante dell’attività del­l’Anvur;

9) propone di restituire l’autonomia agli atenei accoppiandola ad un’effettiva responsabilizza­zione della loro gestione; responsabilizzazione che non è ottenibile fuori da un modello di gover­no che si invera nel ruolo unico;

10) ritiene indifferibile portare il finanziamento pubblico dell’università italiana alla media eu­ropea;

11) propone la costituzione di un gruppo di lavoro che delinei in un documento un progetto ar­ticolato contenente le linee culturali e le modalità operative attraverso cui costruire un’università più democratica, aperta e di qualità.

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