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Sui fatti di Torino


Il 10 maggio, al Lingotto di Torino, è successo ciò che spesso viene relegato in qualche articoletto di quinta pagina: un gruppo di studenti che volevano partecipare al convegno “avere vent’anni oggi”, con la presenza anche del ministro Profumo, regolarmente accreditati e alla ricerca di “confronto” e “dialogo”, sono stati caricati e dispersi senza alcun motivo dalle forze dell’ordine.
 
Capita spesso di leggere, nelle dichiarazioni dei nostri governanti, tecnici o politici che siano (la contrapposizione è evidentemente fittizia, ma paghiamo pure il tributo alla moda del momento) una ferma testimonianza della disponibilità al “dialogo”. La parola ha un’etimologia evidente: dià légo, “parlo fra” o anche “parlo contro”. Ne deriva la bella parola “dialettica”, sale della democrazia: significa ammettere che vi possa essere divergenza di opinione, su temi che interessano quelle persone che intendono “parlare fra [loro]” o anche “parlare contro [le posizioni che non accettano]”. Attenzione: qui si parla di dialogo tra intellettualmente onesti, è quel “parlar contro” che non va confuso con la satira, la diffamazione o, estremizzando, la calunnia.
Ma osservando ciò che è avvenuto a Torino, con ragazzi caricati dalla polizia solo perché esistenti in quel luogo, in quel momento, con quelle credenziali di vita e di passione politica, viene da chiedersi se il dialogo è ancora ammesso in questo Paese. O siamo tutti obbligati al cicaleccio del “parlare assieme”, del colloquio postulante, infantile, con esclusione del dialogo confrontante, maturo?
I fatti del 10 maggio a Torino rivelano una volta di più l’abissale distanza tra la dichiarazione di facciata e la effettiva disponibilità come progetto dell’agire. Gli studenti e i loro rappresentanti si iscrivono regolarmente ad un pubblico evento, dichiaratamente aperto alla partecipazione. Essendo però essi su posizioni “dialogiche”, le forze dell’ordine ne inibiscono l’accesso, il dialogo è negato, la manifestazione stessa della propria opinione, una delle così dette facoltà inalienabili, tale dichiarata, prima che da ogni costituzione positiva, fin dal più liberale dei liberali, John Locke, viene alienata. Transenne, cordone della polizia in assetto antisommossa, qualche botta. Evviva il dialogo.
Viene in mente la tesi bene espressa da Bevilacqua in “Elogio del radicalismo”: i peggiori estremisti sono oggi i così detti moderati; quelli che, in virtù di una forma priva di sostanza, si ergono a paladini di ogni ingiustizia dello status quo, garantendone la perpetuazione.
Oggi, in nome della “legalità”, dopo avere rubato il futuro a due generazioni, con una stampa e una televisione, salvo rare eccezioni, di regime, ci si avvia a negare anche il dialogo, e senza dubbio il dissenso. Nelle seconde votazioni che organizzò nel ventennio, nel 1929, Mussolini ebbe il 98,3% di consenso. Gli “elettori” potevano solo dire SI o NO a una lista di persone indicate dal Gran Consiglio del fascismo. E’ questa l’idea che oggi si ha del “dialogo” e del “confronto”? Se dici SI va bene ma se dici NO ti meno? Se dobbiamo finire in quel 1,7%, in nome della finanza, del mercato, della BCE, della Merkel e di un’idea di futuro appaltata alla speculazione, per favore ditecelo subito, così ci mettiamo il cuore in pace.
Come docenti e lavoratori della conoscenza, siamo tuttavia costretti dalla nostra etica, oltre che dalla nostra razionalità a dire che queste prassi di alterigia, di rifiuto del dialogo, di ricorso a una violenza sottile perché praticata entro i limiti di una presunta legittimità, ideata e normata da una classe dirigente corrotta, poco intelligente e poco colta, è fenomeno ricorrente e sistematicamente perdente nella storia dell’umanità. Noi siamo qui a testimoniare la nostra solidarietà con i nostri studenti, ai quali ora si limita in tutti i modi l’accesso agli studi, ai servizi, al lavoro, al futuro, persino al dissenso. Noi non ci sentiamo dalla parte dei nostri politici, ma da quella dei nostri ragazzi, che vogliono dia-logare, almeno, e magari non prendersi, per questo, delle botte.
UNIBEC
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