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I quattro temi che la riforma Profumo non tocca


di Sergio Brasini, Maurizio Matteuzzi, Giorgio Tassinari da il Manifesto

Nei giorni scorsi ha avuto ampia risonanza la presentazione di una bozza di disegno di legge elaborata da Giampaolo Azzoni, Paolo Leonardi, Emanuele Rossi e Stefano Semplici al fine di rivedere e rilanciare il decreto sul merito del ministro Profumo. I quattro colleghi hanno ripreso quasi per intero il testo ministeriale, innestandovi alcune proposte di esponenti del Pd e qualche soluzione originale. Ci pare opportuno tornare a riflettere sul loro articolato, mettendone in evidenza i punti più critici e sottolineando per contrasto alcune tematiche cruciali verso le quali orientare la riflessione della comunità accademica.

In primo luogo il documento propone espliciti passi verso l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Perderebbe di conseguenza significato il voto di laurea, e al tempo stesso decadrebbe l’obbligo di possedere un titolo in una classe di laurea specifica quale requisito per la partecipazione a concorsi pubblici; ci si affiderebbe invece all’iscrizione ad un albo professionale o al numero minimo dei crediti formativi universitari conseguiti «nei settori considerati essenziali». Già il ministro Profumo aveva tentato nei mesi scorsi di sondare l’opinione degli italiani su questo tema, attraverso la realizzazione di un’indagine on-line. Nonostante l’uso di un questionario giudicato dagli esperti ideologicamente fazioso, metodologicamente capzioso e con alcuni gravi vizi di forma, dalla rilevazione è emerso con chiarezza che oltre i tre quarti dei partecipanti si sono pronunciati contro l’ipotesi di abolire il valore legale del titolo di studio e il valore legale e uniforme del voto di laurea. De hoc nihil: i quattro colleghi professori obbediscono, ribadiscono, si allineano al volere ministeriale, come se nulla fosse accaduto nel frattempo.
Inoltre la bozza di disegno di legge suggerisce di abolire di fatto le abilitazioni nazionali, proponendo che per ciascun settore scientifico-disciplinare non vi sia un numero di abilitati maggiore del 15% del totale dei docenti in servizio nella fascia alla quale la procedura si riferisce, inclusi gli studiosi già in possesso di abilitazione e non ancora chiamati. È del tutto evidente a chi abbia una minima conoscenza dell’andamento dei concorsi universitari che l’abilitazione si trasformerebbe, ipso facto, da controllo di idoneità e di capacità effettiva dei candidati in «valutazione comparativa». È altrettanto chiaro come e perché una abilitazione tout court, basata solo sul merito, senza tetti e senza giochi di scambio tra commissari, sia invisa a chi ha da sempre fondato il suo agire su logiche spartitorie e accordi sottobanco.
Ancora, il documento attribuisce alle Università la possibilità di prevedere per gli assegnisti di ricerca lo svolgimento di attività didattica integrativa (in aggiunta a quella di ricerca) in misura non inferiore a 30 ore e non superiore a 60 ore per anno. L’idea è a modo suo geniale, in un contesto nel quale non si assumono più docenti universitari e si costringono i professori di ruolo, tramite il meccanismo delle 100 ore obbligatorie di didattica frontale, a tenere corsi per i quali a volte sono scarsamente competenti. In questo modo non si pagheranno più supplenze e si potrà procrastinare all’infinito il blocco del turnover. Ma se poi non si troverà un professore minimamente competente, come fare per i corsi fondamentali? Semplice, si ricorrerà ai ricercatori a tempo determinato e agli assegnisti obbligandoli per legge a conferire didattica! Con tutto il rispetto per i giovani precari, non è la stessa cosa e, soprattutto, non è giusto nei loro confronti.
Vi sono invece – a nostro avviso – almeno quattro temi prioritari sui quali orientare da subito l’attività del legislatore e che riteniamo non abbiano ricevuto tutta la necessaria attenzione né da parte del ministro Profumo né da parte dei colleghi proponenti la bozza di disegno di legge.
1) Prevedere che le tasse studentesche, già eccessivamente alte, vengano diminuite rifinanziando il diritto allo studio in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Un diritto, infatti, non è tale se coloro che ne usufruiscono devono pagarselo, non è tale se è legato esclusivamente al successo negli studi, perché una simile formula meritocratica finirebbe per realizzare unicamente una funzione selettiva in palese contraddizione con la finalità inclusiva che deve avere l’istruzione pubblica statale.
2) Riportare il turnover al 100% delle risorse liberate dai pensionamenti, abbinandovi un piano straordinario di assunzioni per garantire continuità e qualità al lavoro delle decine di migliaia di ricercatori attualmente precari. Questo favorirebbe un miglioramento complessivo della loro produzione scientifica e allo stesso tempo consentirebbe di ampliare l’offerta didattica, ponendo fine al dilagare dei corsi a numero chiuso. Sempre in tema di precariato, riteniamo necessario adottare un’unica figura pre-ruolo a tempo determinato con tenure track e con piena tutela dei diritti all’interno di un reclutamento ciclico ed ordinario, cancellando tutte le attuali figure precarie.
3) Introdurre il ruolo unico della docenza in un sistema nel quale già ora ricercatori, associati e ordinari condividono la unitarietà della funzione docente, ma dove manca il riconoscimento formale di tale unitarietà. A uguali doveri e funzioni di didattica e di ricerca dovrebbero corrispondere uguali diritti. Battersi per l’affermazione del ruolo unico significa andare nella direzione di una distribuzione equilibrata del potere decisionale tra tutte le componenti della comunità accademica, sottraendone il monopolio a coloro che hanno provocato nel corso del tempo i guasti più gravi. Riconoscere uguaglianza dei diritti nella diversità delle fasce non significa in nessun caso promuovere tutti, senza valutazione, alla fascia superiore. Le progressioni di carriera dovranno comunque avvenire attraverso una valutazione indipendente dell’operato scientifico, didattico e gestionale del valutato, senza né automatismi né arbitrarietà. Poiché a nostro giudizio le capacità personali di ricercatori, associati e ordinari non hanno nulla a che vedere con la fascia di appartenenza, in quanto tutti fanno lo stesso mestiere con gli stessi strumenti, metodi, contenuti e finalità, ci appare profondamente privo di senso sottrarre al governo delle Università proprio la sua componente più giovane, innovatrice ed entusiasta.
4) Ricondurre l’Anvur al suo ruolo di ente strumentale e realmente indipendente di valutazione, sottraendola all’attuale destino di organo ministeriale di programmazione e decisione del futuro delle Università italiane, e restituire al tempo stesso centralità al Cun come principale referente del ministero in sede consultiva, in quanto unico organo realmente rappresentativo dell’intera comunità accademica nazionale nelle sue diverse componenti.

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Categorie:Documenti
  1. Doriano Brogioli
    9 luglio 2012 alle 22:24

    Come al solito, autolesionismo contro (e dai) precari. Un vecchio ricercatore precatio, che al momento fa l’assegnista di ricerca, vorrebbe diventare RTDB, giusto? Quando gli RTDB esisteranno almeno. E’ l’unica via, dico bene?

    Allora, il nostro ricercatore potrebbe vincere l’RTDb, perche’ ha gia’ fatto anni di assegno di ricerca tipo pre-gelmini. Ma per vincere il concorso deve anche fare didattica, giusto? E come diavolo fa a fare didattica se ha un assegno di ricerca???

    Non lo capite che le 30 ore di lezione sarebbero una manna per l’assegnista???

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