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Il “placebo” dell’abilitazione nazionale


Sgombriamo subito il campo da possibili dubbi ed equivoci: è giusto ed opportuno che i docenti e ricercatori precari partecipino alla procedura per l’abilitazione scientifica nazionale fissata con scadenza 20 Novembre 2012, l’abbiamo già detto per tempo.

Detto questo, non possiamo tacere gli infiniti lati oscuri della procedura proposta dal MIUR. Il meccanismo andrebbe profondamente rivisto in generale, mentre in particolare non offre alcun tipo di risposta ai problemi e allo stato di demoralizzazione generalizzato degli oltre 40mila precari dell’università.

1. L’abilitazione “placebo” per i precari.

Anche se un assegnista, un contrattista, etc. dovesse ottenere l’abilitazione nazionale, questo non significa in nessun modo che dopo possa accedere ad un ruolo “stabile” nell’università.

Il momento determinante resta infatti quello del concorso locale per professore associato e, considerata la situazione attuale determinata dal blocco del turn-over, dalla riduzione del finanziamento ordinario e dalla pressione dei numerosissimi RTI, non vi è alcuna possibilità che “l’outsider” precario possa partecipare ad un concorso locale e vincerlo.

I numeri parlano chiaro e ci dicono che le uniche realistiche possibilità di carriera di oltre 40mila precari sono date dai concorsi RTDb, cioè quelli per cui è prevista una tenure track e che ad oggi si contano sulle dita di una mano. Sono concorsi per i quali l’abilitazione non significa nulla e che sono fatti con regole feudali. (qui alcune nostre osservazioni)

La priorità per i precari dell’università è dunque quella di ottenere regole nazionali adeguate per i ruoli RTDb e ottenere con assoluta urgenza la moltiplicazione del numero dei concorsi per queste figure.

2. La procedura per l’abilitazione scientifica nazionale si compone di due fasi. La prima, apparentemente oggettiva (le mediane), è OPACA, la seconda è del tutto OSCURA.

La prima fase è data da una selezione tramite criteri quantitativi e bibliometrici predisposti dall’ANVUR, mentre la seconda è una valutazione sul merito di ogni singolo candidato espressa da una commissione. 

La prima fase è apparentemente oggettiva. Apparentemente perché in realtà, specie nei settori umanistici, è sostanziamente il frutto di scontri di potere fra ordinariche tentano di condizionare la procedura pretendendo l’inserimento delluna o dellaltra rivista nellafascia A. Senza contare poi che, beffa delle beffe, lANVUR afferma che anche chi non dovesse superare i criteri oggettivi stabiliti con lemedianepotrebbe ottenere labilitazione (vedi qui).

La seconda fase è ancora avvolta nel mistero. Ad oggi non siamo a conoscenza di alcun criterio valido per tutti i settori disciplinari e su tutto il territorio nazionale secondo il quale le commissioni incaricate dovranno valutare i candidati.

Il dubbio sorge più che spontaneo: come possiamo essere certi che le commissioni non abbiano già in mente prima il numero – per non dire il nome – dei candidati cui concedere l’abilitazione?

Come possiamo essere sicuri, in altre parole, che le decisioni delle commissioni siano oggettivamente verificabili?

In questo senso, sia per i precari che per i ricercatori e i professori universitari, l’abilitazione scientifica nazionale tutto è tranne che una procedura nazionale di valutazione del merito trasparente e ha bisogno di sostanziali modifiche (siano essere l’assai ardua introduzione di un esame nazionale o altro ancora).

3. I danni della bibliometria.

L’utilizzo di criteri oggettivi, come per esempio il calcolo delle mediane o degli indici bibliometrici sia nei settori scientifico-tecnologici che in quelli umanistici e delle scienze sociali può forse essere utile nell’orientare alcune scelte, nell’incidere con delle premialità sul finanziamento di università e dipartimenti, ma in nessun caso può valere di per come strumento per la selezione di singoli ricercatori nelle procedure di reclutamento e progressione di carriera.

Resta, poi, irrisolto nei provvedimenti del MIUR il nodo del conflitto d’interesse tra chi stabilisce i criteri e parametri di valutazione e chi valuta applicandoli. Finché l’ANVUR resterà titolare di entrambe le prerogative, la procedura è oggettivamente non valida, essendo l’organismo deputato tutto fuorché terzo tra le parti e per questo non ancora accreditato a livello europeo.

Non è dunque rinviabile un dibattito sulle modalità di selezione dei membri dell’ANVUR e sulle sue funzioni, nonché sul ruolo specifico dei criteri oggettivi e bibliometrici (non possono valere per selezionare i singoli ricercatori).

Infine è d’obbligo una considerazione conclusiva.

Il processo in atto dal 2008 è sotto gli occhi di tutti: si tratta del ridimensionamento del sistema nazionale universitario pubblico (in termini di numero di studenti, docenti, corsi di laurea) “travestito” da procedura di valutazione del merito e della qualità della ricerca scientifica. Solo così si spiega la coincidenza nella tempistica delle nuove regole che sono state introdotte proprio nel momento in cui si riducevano drasticamente i finanziamenti all’università pubblica.

Ora il punto è questo: valutare la qualità e l’efficienza del sistema universitario nazionale è utile e non più rinviabile, ma questa necessità non può essere l’alibi per la dismissione dell’università pubblica statale.

Allora occorre rendere la valutazione della qualità della ricerca scientifica un processo più democratico che non coinvolga solo i professori ordinari ma tutte le componenti del mondo accademico; occorre allargare la valutazione non solo ai “prodotti” della ricerca ma anche ai servizi offerti dalle università; occorre che l’ANVUR, o chi per lei, invece che il “commissario di liquidazione” dell’università, svolga il ruolo di un “certificatore della qualità” che altri il Governo possa riconoscere e valorizzare con finanziamenti adeguati, non con tagli e licenziamenti.

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  1. infn
    19 settembre 2012 alle 11:33

    Reblogged this on Io Non Faccio Niente and commented:
    …Anche se un assegnista, un contrattista, etc. dovesse ottenere l’abilitazione nazionale, questo non significa in nessun modo che dopo possa accedere ad un ruolo “stabile” nell’università… ANZI

  2. Giovanni
    21 settembre 2012 alle 15:50

    Altro dubbio, ma qualcuno è in grado di dire se i i criteri oggettivi, le mediane e H index ricavati dalle riviste dove pubblicano i candidati tengano conto della posizione del nome del candidato nella pubblicazione? Esiste un’abisso tra il primo nome ed il penultimo nome! se non si tiene conto di questo è quasi inutili fare graduatorie, Un primo nome puo’ aver lavorato per una pubblicazione su Science per 3-4 anni mentre un secondo nome o peggio 3, 4, 7 posto potrebbe aver lavorato per 1, 2 mesi o aver semplicemente passato un materiale e nient’altro! Qualcuno è in grado di rispondere?

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