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Un’Europa senza Erasmus


di Simone Paoli
Solo chi non conosce la storia può stupirsi del clima di incertezza finanziaria che da settimane avvolge il futuro del programma che, da venticinque anni, è il più noto e il più popolare tra tutti i programmi dell’Unione europea: il programma Erasmus.
Partorito dalla mente del commissario Peter Sutherland, un giovane conservatore irlandese vicino agli ambienti del Bilderberg Group, della European Round Table of Industrialists e della Trilateral Commission, il programma Erasmus doveva servire soprattutto a completare e consolidare il mercato unico, a sua volta chiave per assicurare la competitività della Comunità europea sulla scena mondiale.
Nonostante l’obiettivo generale godesse di largo credito, la proposta di Sutherland fu inizialmente osteggiata dai governi di Bonn, Parigi e Londra. Il programma, secondo i suoi detrattori tedeschi, francesi e britannici, avrebbe messo in moto orde di studenti latini verso le più prestigiose università dell’Europa centro-settentrionale, avrebbe comportato uno scambio asimmetrico di conoscenze e competenze a esclusivo vantaggio dell’Italia e delle neo-comunitarie Grecia, Portogallo e Spagna e, soprattutto, avrebbe gravato in maniera insopportabile sulle magre casse della Comunità europea.
Ci volle tutta la capacità di persuasione della potente Conferenza europea dei rettori, la vasta mobilitazione delle organizzazioni europeiste e studentesche e la determinazione di un giovane commissario europeo, il socialista spagnolo Manuel Marín, per convincere il presidente francese François Mitterrand e, poi, il cancelliere tedesco Helmut Kohl e la premier britannica Margaret Thatcher a trovare e mettere a disposizione i fondi necessari per finanziare il primo programma europeo di mobilità studentesca.
A due anni dalla proposta, il programma Erasmus fu così approvato: era il 15 giugno 1987.
Da allora, il programma Erasmus ha consentito a quasi tre milioni di studenti universitari di vivere e studiare in un paese europeo diverso dal proprio, contribuendo così alla costruzione di un senso di identità comune in un segmento minoritario ma significativo della gioventù europea e, soprattutto, alla legittimazione dell’Unione europea e dello stesso processo di integrazione continentale. Mentre l’Unione europea si identificava sempre di più con gli anacronismi della politica agricola comune, con gli sprechi e gli scandali della politica regionale europea e con i tecnicismi e i rigurgiti vetero-liberisti del mercato unico e, più tardi, dell’unione economica e monetaria, il programma Erasmus diventava un simbolo, oltre le ambizioni e i propositi dei suoi stessi proponenti. Erasmus, in particolare, diventava l’emblema di un’Europa che, malgrado tutto, sembrava non aver completamente smarrito la propria vocazione politica, culturale e umana, e che, a partire dalla mobilità della sua “meglio gioventù”, perseguiva il sogno di un’amicizia e di un sapere liberi da barriere e confini.
Ecco perchè la cancellazione o il serio ridimensionamento di Erasmus, paventati in questi giorni dal commissario europeo per la programmazione finanziaria e il bilancio Janusz Lewandowski, non significherebbero solo la fine di un importante programma comunitario. Rifiutandosi di versare i contributi aggiuntivi richiesti per onorare le borse di studio già assegnate agli studenti europei, i governi di Germania, Gran Bretagna, Svezia, Olanda e Finlandia si assumerebbero, infatti, la responsabilità di certificare la fine di uno dei segni più tangibili dell’ideale europeo, e europeista.
Qualcuno potrebbe dire, compiaciuto, che cadrebbe finalmente la foglia di fico che copre l’essenza tecnocratica e affaristica dell’Unione europea, svelando il vero volto dell’organizzazione di Bruxelles. Noi che, invece, con tutti i suoi i difetti e i suoi limiti, continuiamo a credere nel valore di un’organizzazione che ha contribuito in maniera determinante a integrare i paesi, i popoli e i cittadini di questo continente, non possiamo che chiedere che dalla salvaguardia e dal rilancio di Erasmus si riparta, per immaginare e realizzare una nuova, più creativa, più coesa e più giusta, Europa.
 
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