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Dateci un porto verso il quale remare


Courtesy of Valentina Bazzarin (CCby)

Courtesy of Valentina Bazzarin (CCby)

Quando i nodi vengono al pettine, si capisce di che pasta sono fatti i governi. Vi sono pochi e declinanti fondi a disposizione delle università. Si potrebbe decidere di convogliare le risorse disponibili per ringiovanire il corpo docente grazie al contributo di chi ha dimostrato capacità nella ricerca e nell’insegnamento.

E invece no. Ancora una volta la decisione è di privilegiare il breve termine, passaggi di carriera al ruolo di Professore ordinario, mentre tutto intorno l’università affonda. Ci saranno più ammiragli al timone di un relitto.

La legge Gelmini, tra le altre sciagurate “riforme”, ha abolito la figura del Ricercatore a tempo indeterminato (RTI), il principale ruolo di ingresso nel sistema universitario. Questo ruolo è stato sostituito con due figure di Ricercatore a tempo determinato (RTD). L’obiettivo era quello di ritardare all’infinito l’ingresso “in ruolo”, ma era ovviamente mascherato dall’idea di modernizzazione e di merito. Per questo motivo si è dato vita a due figure a tempo determinato, l’RTD di tipo A (3 anni, più 2 di rinnovo e poi a casa) e l’RTD di tipo B (3 anni e poi, nel caso di ottenuta abilitazione, l’agognato posto di professore associato).

In totale la “riforma” Gelmini prevedeva un percorso di precariato infinito. Dopo il dottorato sono previsti 4 anni di assegni di ricerca, poi 3 anni più 2 di RTDa, poi eventualmente altri 3 anni di RTDb. Insomma, dopo la laurea, la specializzazione, il master, per l’ingresso in ruolo ci sarebbero voluti per i “miracolati” (esigua minoranza di privilegiati che avrebbero usufruito senza soluzione di continuità di tutti i contratti previsti) almeno 12 anni. Non esiste nessun altro sistema universitario dei paesi dell’OCSE in cui il percorso di precariato sia strutturalmente così lungo, così cosparso di docenze a contratto pagate una miseria e di momenti di assoluto sconforto fra un contratto a termine e l’altro.

L’effetto combinato dei tagli al finanziamento del Fondo di finanziamento ordinario (di circa un 800 milioni di euro in 5 anni) e del blocco del turn-over, ha fatto crollare il numero dei docenti di ruolo da circa 62mila unità nel 2008 a circa 53mila unità nel 2013. Allo stesso tempo, a fronte di circa 75 mila precari della ricerca e della docenza nell’università nel 2010, nel 2013 erano complessivamente presenti 1.928 RTDa e ben 112 (112!) RTDb. In pratica uno sterminio.

La stragrande maggioranza dei giovani ricercatori italiani sta lasciando le università, emigrando all’estero o sono semplicemente disoccupati. Il merito, la valutazione, la tanto sbandierata abilitazione non hanno nulla a che fare con questo processo che è semplicemente una calamità.

Questo non bastava. Serviva il colpo di grazia. La trovata del Governo, un’altra volta contro la stessa categoria di giovani ricercatori, è stata quella di abolire il vincolo previsto tra l’assunzione di Professori ordinari e quella di RTDb (quelli con “tenure track” e con una concreta possibilità di entrare in ruolo). La situazione è stata già denunciata da associazioni di dottorandi come ADI e di ricercatori precari come APRI come in vari articoli apparsi su quotidiani nazionali. Così si cancella con un tratto di penna, e in modo definitivo, ogni possibilità concreta di futuro per i “giovani” ricercatori.

Siamo come vogatori, ci diamo da fare insegnando, pubblicando, facendo esami, seguendo tesi, portando alle nostre università indispensabili fondi per la ricerca, ma non abbiamo alcuna idea della direzione e della meta del nostro sforzo. Remiamo a vuoto. Serve una nuova direzione, ma intanto chiediamo intanto di:

  1. Ripristinare nella legge di Stabilità il vincolo tra chiamate di Professore ordinario e posti RTDb (gli unici con un concreto futuro nel sistema universitario). Tutto il resto sono chiacchiere inutili;
  1. Dopo aver reintrodotto il vincolo, si discuta di una nuova figura di ingresso in “ruolo” appetibile per le università. Se l’RTDb si è dimostrato un fallimento, allora se ne prenda atto;
  1. Abolire il limite di 4 anni alla durata degli assegni di ricerca e con esso ogni limite di età ad esso collegato (in questo momento il limite alla rinnovabilità degli assegni ha unicamente un carattere punitivo);
  1. Destinare buona parte delle risorse disponibili con i pensionamenti ad un piano di nuovi ingressi in ruolo. Basta fare cassa sulla formazione e sulla ricerca!

Auspichiamo che, prima del voto sulla Legge di Stabilità, possano esserci iniziative pubbliche che coinvolgano associazioni e gruppo di precari nelle singole università e anche a livello nazionale, a difesa del futuro della docenza e della ricerca, e dunque dell’università.

Dateci un porto verso il quale remare

#dateciunporto

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