Vademecum: docenze a contratto

Dal 29 gennaio 2011 non è più in vigore la disciplina delle docenze a contratto introdotta dalla “riforma Moratti” del 2005. Tutti i bandi pubblicati successivamente a tale data che fanno riferimento alla legge 230/05 sono quindi irregolari.

La nuova legge ha introdotto due tipologie di docenza a contratto:

1) docenze “alta qualificazione” rivolte ad esperti in possesso di un significativo curriculum scientifico o professionale. Tali contratti possono essere gratuiti o a titolo oneroso e, fino all’approvazione del c.d. “decreto semplificazioni” (9 febbraio 2012), potevanno essere attribuiti solo a chi fosse dipendente di altre amministrazioni, pensionato o lavoratore autonomo (in quest’ultimo caso era previsto un reddito minimo di 40000 euro annui per evitare di creare i docenti a partita IVA). Inizialmente non si trattava quindi di contratti di docenza rivolti a precari, ma con l’approvazione del “decreto semplificazioni” la situazione è cambiata: ora esiste un tetto del 5% alla percentuale di contratti gratuiti rispetto al totale dei docenti e ricercatori di ciascun ateneo, ma non esistono più vincoli che impediscano di assegnarle/imporle ai precari dell’ateneo. La versione del “decreto semplificazioni” licenziata dalla Camera dei Deputati stabilisce comunque che le docenze a titolo oneroso non possano avere un compenso inferiore ai 25 euro l’ora stabilito per le docenze di tipo 2). Al momento quindi i contratti a 1 euro non sono consentiti e le docenze non retribuite devono fermarsi al 5%.

2) docenze “adeguati requisiti scientifici e professionali” rivolte a chiunque abbia i titoli per partecipare ad una procedura di valutazione comparativa per l’attribuzione del contratto. Fino all’approvazione del “decreto semplificazioni”, questi erano i soli contratti di docenza rivolti ai precari. Il compenso stato fissato a livello nazionale dal MIUR fra i 25 e i 100 euro l’ora.

Coordinamento dei Precari della ricerca e della docenza – Università (CPU)
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  1. 9 dicembre 2010 alle 09:46

    Ottimo.
    Inserirei un quinto decisivo punto, a meno di non voler riformulare il terzo: trattamento degli studenti.
    Sarebbe molto importante: non solo stanno dimostrandosi molto molto rilevanti per consapevolezza politica in queste settimane ma sono la componente fondamentale dell’università.
    Andrea Celli
    Università di Padova

  2. Doriano Brogioli
    16 dicembre 2010 alle 10:36

    Il punto 2 contiene un grosso errore.

    > Notate che non include co.co.co., borse e post.doc, per cui in realtà non esiste un limite massimo alla durata di tutte le forme di precariato.

    Con la riforma non si possono fare altri contratti che questi indicati (art. 17); quindi niente di tutto questo. Ma fatemi capire… siete contenti?

    Io avrei dei soldi per lavorare a un progetto. Purtroppo ho esaurito i miei anni di assegno/rtd. Che faccio? Sono fuori per forza? Non ho nessun barone che mi sostiene. Fatemi capire perche’ volete sbattermi fuori a forza quando ho i soldi per pagarmi lo stipendio. Per eliminare il precariato? O eliminare me? Perche’ questa cattiveria gratuita contro persone che lavorano bene e hanno la capacita’ di pagare se’ stesse?

  3. Pierfrancesco
    24 dicembre 2010 alle 07:34

    Da quello che leggo il “brutto” della riforma è che non garantisca il posto di lavoro fisso a chi vuole restare per sempre all’università. Davvero incoraggiante. Se è questo il problema ben venga la Gelmini!.
    Quale sarebbe secondo voi il corretto numero di persone che dovrebbe assumere l’università? Infinito? 200.000? 1 milione? Davvero utile avere poi 500 persone che studiano tutti Kant a Palermo. Utile per la società che li sta pagando questi ricercatori.
    Poi ovviamente poco vi importa se non ci sono i soldi per farla quella ricerca in quanto si devono pagare assegni di ricerca a tante persone.
    @Doriano Brogioli:
    ma chi lo dice che tu sei valido? Te lo dici da solo? Se sei valido e stai facendo una valida ricerca allora sicuramente riuscirai a passare il concorso ed entrare in modo che non dovrai, come scrivi, essere tu a pagare per lavorare. E se non sei così bravo, perchè devi continuare ad usare risorse pagate dallo Stato? Apriti un bel centro di ricerche tuo e assumi personale…come dici? ci vogliono troppi soldi e non dà alcun rientro economico? ah beh ecco…

  4. Doriano Brogioli
    24 dicembre 2010 alle 15:31

    Pierfrancesco:, guarda che hai proprio sbagliato persona. Il mio problema infatti e’ proprio il contrario. Al momento ho finanziamenti a palate, da UE e privati, ma purtroppo con la legge nuova non potro’ usarli per pagarmi lo stipendio. Risorse dello stato, io, proprio non ne voglio, anzi. Vorrei solo poter andare avanti, come ho fatto fino ad oggi, a portare soldi, quelli che trovo io per me e per le mie ricerche, all’universita’. Neppure vengo a chiedere un posto di professore. Aprire un centro ricerche mio: si’, ci sto pensando, piu’ che altro uno spin-off. C’e’ un problema pero’: un finanziamento lo ottengo facilmente se l’UE lo deve versare all’universita’, meno facilmente se lo deve versare a un anonimo centro nato da poco. Quindi, si’, buona idea, ma il centro deve “appoggiarsi” all’universita’, intendo dire: dividersi il finanziamento, collaborare, e permettere lo scambio di personale. Al momento anche questo e’ vietato dalla legge. Se mi sai dare una mano a fare una cosa del genere, scrivilo qui sotto.

    In altre parole, la legge Gelmini, per molti versi buona, _dimentica_ le categorie piu’ indipendenti. Ingabbia tutto dentro regole rigide, necessarie per i finanziamenti statali, ma sbagliate quando il finanziamento e’ esterno, cioe’ rappresenta un’entrata. Paradossalmente, stabilisce una scaletta che parte dal dottorato e arriva al posto di professore associato. Statalismo puro! Se uno i soldi se li trova da se’, e non vuole pesare sullo stato, non puo’ stare in universita’… ma dov’e’ finita la libera impresa della destra? Se non ci credete posso citare articoli della legge… partendo dal 18 comma 5.

  5. Pierfrancesco
    24 dicembre 2010 alle 18:01

    @Doriano:
    scusa avevo capito male. Tuttavia questo è il problema di tutte le riforme, passate e future, in Italia. Se le maglie si lasciano larghe, per includere quelli come te, purtroppo ne approfittano quelli decisamente diversi da te, mentre viceversa tu ne vieni danneggiato.
    Ahimè tu sei una mosca bianca e quindi, egoisticamente parlando, penso che oggi sia meglio così. (spero che il tuo progetto privato vada in porto… c’è un abisso di differenza tra la ricerca fatta all’università e quella fatta da privato)

  6. Doriano Brogioli
    24 dicembre 2010 alle 20:58

    Grazie per la captatio benevolentie… Le “maglie” potevano essere un po’ piu’ larghe, senza pericolo: bastava distinguere contratti su “fondo di finanziamento ordinario” e su fondi esterni, stabilendo regole piu’ rigide per i primi e piu’ larghe per i secondi. Colpa del governo, ma colpa anche di chi ha protestato gridando troppo per rivendicare i propri privilegi, e coprendo la voce della minoranza.

    A proposito del centro di ricerca privato, forse l’articolo 18, comma 5, lettera f, ultracriptico per un fisico, per gli esperti di legge significa che e’ possibile far partecipare il personale di un ente esterno a progetti universitari. Se qualcuno ne sa qualcosa, per favore, dia lumi! La mia carriera e’ appesa a questo… e forse anche quella di molti altri!

  7. Fjodor
    2 marzo 2011 alle 10:01

    Sono un docente a contratto,che svolge la propria attivita’ di docenza presso Atenei,a titolo gratuito e a titolo oneroso;poiche’ sono un libero professionista,mi e’ stato riferito che le docenze a contratto ,per chi e’ titolare di partita IVA, possono essere affidate solo se si supera il reddito lordo annuo di € 40.000,00.
    Gradirei chiarimenti in merito,in quanto alcuni Atenei nell’applicare,in maniera rigida, siffatta norma precludono la possibilita’ di effettuare attivita’ di docenza a contratto.
    Grazie!

    • 28 marzo 2011 alle 21:35

      Fjodor, potresti segnalarmi quale ateneo si regola in questo modo?

      • Fjodor
        29 marzo 2011 alle 12:26

        A Napoli,Univ.Federico II.

  8. giovanniscotto
    8 marzo 2011 alle 15:05

    Purtroppo la distinzione proposta dal vademecum non corrisponde a quanto stanno effettivamente facendo gli atenei.

    Un segno dell’attuale caos in cui versa il sistema dopo l’approvazione della riforma è che le università sembrano fare ciascuna per conto loro: da una rapida ricerca, risulta che Bolzano disciplina gli insegnamenti a contratto con il 23.2, Napoli con il 23.1 (escludendo quindi i lavoratori autonomi a basso reddito dall’insegnamento), mentre alcune facoltà (ad es. a Sassari) sembra che addirittura bandiscano contratti facendo finta che la riforma non esista.

  9. Salvatore
    29 aprile 2011 alle 18:48

    Qualcuno ha notizie del decreto attuativo che dovrebbe stabilire i compensi dei contratti ?
    Se non erro avrebbe dovuto essere emanato entro 3 mesi dalla data del 29-01-2011.

  10. Sisca
    13 settembre 2011 alle 13:44

    ritengo scandalosa la norma che per i lavoratori autonomi limita l’accesso alle docenze in base al reddito soprattutto poi se interpretato, come in molte Università, per cui alla fine è possibile stipulare solo la prima tipologia di contratti.
    Sarebbe da fare ricorso, anzi un ricorso collettivo. Ci sarebbe qualcuno interessato? Sono avvocato, e ho intenzione di difendere i miei diritti, ma per fare questo già dovrei pagare una contributo unificato oneroso, che in vece in un ricorso collettivo diverrebbe esiguo. La norma che impone quel limite di reddito è certamente incostotuzionale. Ma per farla dichiarare tale occorre procedere giudizialmente e in questi casi l’unione fa la forza.

    • 13 marzo 2012 alle 10:45

      Non ero contrario alla norma, visto che si poneva il fine di tutelare i precari dall’imposizione di carichi didattici gratuiti o non retribuiti. Ad ogni modo la legge è cambiata ed il problema è superato: vedi il nuovo testo del vademecum.

      Ciao,
      Luca

  11. Marisa Malvasi
    30 marzo 2012 alle 17:49

    Sono stata professore a contratto di Didattica della geografia, presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, per diversi anni. Poi, l’ho perso, essendo giustamente subentrato al mio posto un meritevole ricercatore, dottore di ricerca e già assegnista, autore di numerose e interessanti pubblicazioni di alto livello scientifico.
    Ora io sono in pensione, ma non raggiungo minimamente i 40000 euro di cui ho letto per non aprire partita IVA, percependo una misera pensione di nemmeno 1200 euro al mese.
    Potrò ancora, se l’Università avesse necessità, riavere un contratto? Altrimenti, quali altre forme di attività retribuite per personale esterno sono previste?
    Grazie.
    Marisa Malvasi

  12. Marisa Malvasi
    30 marzo 2012 alle 18:08

    Dimenticavo. Pur non avendo conseguito il dottorato di ricerca, perché quando mi sono laureata non se ne parlava nemmeno, serve a qualcosa possedere più di cento pubblicazioni, continuare a scrivere oppure, come mi ha fatto osservare qualcuno, è tutto tempo sprecato?
    Datemi una risposta, per favore.
    Grazie.
    Marisa Malvasi

  1. 24 dicembre 2010 alle 01:47
  2. 29 gennaio 2011 alle 15:21
  3. 6 febbraio 2011 alle 00:27
  4. 4 marzo 2011 alle 09:51

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